Falcone e il suo rapporto con Andreotti

Perché, 25 anni dopo la strage di Capaci, non si può ricordare il magistrato ucciso dalla mafia senza raccontare molte cose che quasi nessuno ricorda, probabilmente per dimenticanza

Falcone e il suo rapporto con Andreotti

Giulio Andreotti con Claudio Martelli, ministro della Giustizia nell'ultimo governo guidato dall'ex leader Dc (foto LaPresse)

Il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i suoi giovanissimi agenti di scorta è stato giustamente ricordato da tutte le maggiori autorità del paese, a Roma come a Palermo, e da tantissimi intellettuali ed opinionisti così come da molte manifestazioni pubbliche. Lo ricordiamo anche noi avendo avuto il privilegio di conoscerlo perché venne a svolgere le funzioni di direttore degli affari penali presso il ministero di Giustizia guidato da Claudio Martelli nel governo del "noto mafioso" Giulio Andreotti. L’onore che sento di dovergli dare per quel che ha dato al paese è innanzitutto raccontare molte cose che quasi nessuno ricorda, probabilmente per dimenticanza!

 

Giovanni Falcone a metà del 1989 avvertì il governo Andreotti tramite il ministro Mannino di cui era buon amico (Mannino addirittura scrisse un articolo sul giornale di Sicilia) che stavano per scadere i termini di carcerazione preventiva per i mafiosi del maxi processo che aveva attivato insieme a Paolo Borsellino. Andreotti a tarda sera varò su proposta di Giuliano Vassalli, ministro di grazia e Giustizia, il famoso decreto con il quale venne raddoppiato il periodo di carcerazione preventiva per gli imputati di associazione mafiosa. A tale decreto si oppose in parlamento con una violenza verbale inusitata visto l’argomento, Luciano Violante a nome dell’allora partito comunista di Achille Occhetto ritenendo che quei mafiosi potevano essere controllati anche fuori dal carcere (sarebbe utile leggere lo stenografico parlamentare per comprendere molte cose). Naturalmente il decreto passò con il solo voto del centrosinistra e i mafiosi rimasero in carcere (se il ricordo non ci tradisce qualcuno era già uscito e fu riarrestato la stessa notte) e così il lavoro di anni di Falcone e Borsellino non fu vanificato. Naturalmente vi sono atti parlamentari che hanno cristallizzato i comportamenti di ciascuno e gettano ancora oggi un ombra lunga sui racconti che si fanno della lotta alla mafia. A guardarci bene molti di quelli che oggi ricordano con commozione enfatica Giovanni Falcone lo hanno criticato e osteggiato negli anni a cavallo tra gli anni ottanta e novanta quando, ad esempio, la sinistra politica e giudiziaria gli impedì di guidare la direzione nazionale antimafia, una sua creatura fortemente sostenuta e decisa dal governo Andreotti nel 1991 quando lo stesso Falcone si era già trasferito da alcuni mesi al ministero della giustizia con Claudio Martelli.

 

Il rapporto tra Falcone ed Andreotti, peraltro, era molto intenso tanto che già nel febbraio 1989 Falcone, accompagnato da Salvo Lima, si recò nello studio di Andreotti in piazza in Lucina per spiegargli il motivo per cui aveva inquisito il pentito Pellegriti che aveva indicato proprio in Lima il mandante dell’omicidio di Piersanti Mattarella tentando così di inquinare le indagini. Di questo incontro fummo testimoni oculari e lo testimoniammo in uno dei processi Andreotti a Palermo. È strano che Falcone non sapesse che Andreotti fosse mafioso come poi sostennero Caselli e Violante!! O forse sapeva che non lo era come poi spiegarono i magistrati giudicanti. Ma andiamo avanti nel ricordare qualche altra cosa che molti non dicono o non ricordano (a volte la memoria è così fragile!!!). Quasi tutti gli assassini di Falcone sono usciti dal carcere (alcuni come Calogero Ganci e Mario Santo di Matteo già prima del duemila) grazie ai programmi di protezione il cui lassismo negli anni novanta fu tale che il Parlamento a furor di popolo fece nel 2001 una legge per cui i mafiosi pentiti dovevano almeno scontare un quarto della pena e se condannati all’ergastolo almeno dieci anni. Intanto però moltissimi erano già usciti tanto che nel 2005, sulla scorta di una nostra interrogazione in commissione antimafia, riuscimmo con molta fatica ad avere il numero di quanti erano stati scarcerati sulla base dei programmi di protezione dal 1993 al 2005. Erano circa diecimila tra mafiosi, camorristi e 'ndranghetisti, un numero da capogiro che nessuno ricorda mai pur avendo negli anni dato a molti i documenti che lo testimoniano.

 

Se oggi ricordiamo queste cose ed altre ancora non lo facciamo per polemiche retrodatate ma solo per amore di verità e per evitare che, come spesso ricordava Leonardo Sciascia, non si faccia dell’antimafia una sorta di professionismo da quattro soldi come pure hanno dimostrato in questi ultimi anni alcune indagini giudiziarie. Ma ricordiamo questi episodi anche perché il ricordo di Falcone non si esaurisca in una ripetitiva liturgia per alcuni finanche ipocrita e si trasformi, invece, in un fulgido esempio di lotta seria per la legalità in cui magistrati inquirenti siano sempre ossessionati, come diceva Falcone, dal valore della prova della colpevolezza ma anche dell’innocenza, come ordina peraltro la legge della Repubblica, senza cedere mai alla tentazione del pregiudizio e meno che meno a quella della notorietà e del protagonismo. Politica e giustizia hanno bisogno di trovare una nuova e più alta alleanza per combattere il malaffare mafioso e di ogni altro tipo e non fanno il bene del paese quelli che un giorno si ed un altro pure ci spiegano in televisione o sulla stampa quanta sia pessima la politica o quanti falsi facciano gli inquirenti. L’eredità di Falcone è proprio questa, un’alleanza forte e decisa tra politica e giustizia consente di colpire al cuore la criminalità senza lasciare sul terreno morti e feriti di persone innocenti. Falcone questa alleanza la praticò incessantemente ai livelli più alti e fu ucciso come lo fu Borsellino e fu un disastro per il paese i cui effetti devastanti ancora oggi sono sotto gli occhi di tutti.

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  • maurizio guerrini

    maurizio guerrini

    24 Maggio 2017 - 15:03

    Nel suo puntiglioso ricordo della collaborazione di Salvo Lima e di Andreotti, sancita dall'omicidio del primo in risposta alla sentenza di definitiva condanna della Cassazione, Pomicino ha una voragine di memoria nel non ricordare come Falcone e Borsellino furono uccisi perché isolati dal potere politico che tradì loro e lo Stato che servirono (e non se ne servirono come la partitocrazia) per le sue evidenti collusioni mafiose sulle quali proprio ieri Pietro Grasso ha ricordato, a fianco di Rita Borsellino, si deve ancora indagare per far emergere la verità per la quale Tommaso Buscetta confidò a Falcone non essere ancora pronta l'Italia perché, se rivelata, lui sarebbe stato fatto passare per pazzo e Falcone ucciso. Il suo silenzio non salvò la vita a Falcone, che lo condivise, ma mantenne viva la verità che ancora attende di essere svelata. Andreotti non fu certo mafioso ma condivide le responsabilità con chi non prese una definitiva posizione a favore dello Stato e contro i mafiosi

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  • luigi.desa

    24 Maggio 2017 - 13:01

    La prosa di Cirino Pomicino è sempre scorrevole e piena di riferimenti .L'articolo su Falcone è invece una gruviera nel non ricordare fatti rilevanti. E' una delle innumerevoli persone che dimentica il più truce nemico di Falcone Leoluca Orlando Cascio ,il grande accusatore , che lo accusò di collusione con la mafia. Di più Pomicino invece di perdersi nei ricordi ( oserei dire triti e banali) doveva con forza ricordare ai lettori che durante le e celebrazioni del 25simo della morte del magistrato seduti nelle prime e seconde file erano i suoi più feroci nemici ,quelli che negli ultimi anni della sua vita lo hanno perseguitato in mille modi. E fare l'elenco dei nomi del resto noti a tutti.

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  • armando.dasdia

    24 Maggio 2017 - 11:11

    Il buon Pomicino fa finta di non riuscire a distinguere la leale collaborazione che un magistrato onesto deve sempre avere con gli altri corpi dello Stato con la stima o il giudizio che quello stesso magistrato poteva avere come semplice cittadino per i suoi rappresentanti pro tempore. Non dovremmo certo essere costretti a ricordare oggi cosa era in Sicilia la corrente andreottiana, figurarsi se non lo aveva ben chiaro in mente il povero Falcone. In tanti (troppi), a sinistra e a destra, dovrebbero evitare di rilasciare oggi "ricordi personali" di quei tristissimi anni, per decenza personale e politica.

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