Giustizia in tilt. Il caso Cpl Concordia spiega i rischi del metodo Woodcock

Fughe di notizie, scontri tra procure, accuse di manipolazioni. Ecco dove si sono già incontrati i protagonisti del caso Consip

Giustizia in tilt. Il caso Cpl Concordia spiega i rischi del metodo Woodcock

John Henry Woodcock (foto LaPresse)

Napoli. La ripetuta fuga di notizie, le manipolazioni delle informative, gli scontri tra procure, l’arrivo dal retroscena della politica locale al palcoscenico di quella nazionale, le manine che fanno arrivare sulla prima pagina di un giornale intercettazioni penalmente irrilevanti e secretate di Matteo Renzi e del suo “giglio magico” fanno sembrare che attorno alle disfunzioni – e alle illegalità – dell’inchiesta Consip ci sia stato un impazzimento del sistema giudiziario. Ma a guardare le similitudini con un’altra recente inchiesta avviata dalla stessa procura e dagli stessi inquirenti viene da chiedersi, come Polonio nell’Amleto, se non ci sia del metodo in questa follia.

 

L’inchiesta in questione – condotta dagli stessi inquirenti che hanno indagato sul caso Consip, il pm napoletano Henry John Woodcock assistito dai carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico) – è quella sulla cooperativa Cpl Concordia, che partendo dalle indagini sulla metanizzazione dell’isola di Ischia ha portato alla pubblicazione sul Fatto quotidiano delle intercettazioni fra il generale della Guardia di finanza Michele Adinolfi e Matteo Renzi, in cui il segretario del Pd esprimeva giudizi non lusinghieri sull’allora premier Enrico Letta. Conversazioni che non avevano alcun rilievo penale e che non sarebbero dovute finire sui giornali.

Ma com’è arrivata la procura di Napoli, da un’inchiesta sul metano a Ischia, a intercettare Renzi? E come è stato possibile che poi quelle intercettazioni siano diventate di dominio pubblico? Le coincidenze e le similitudini con la vicenda Consip sono impressionanti. 

 

Come si arriva a Renzi? Renzi viene intercettato per mezzo del generale della Gdf Adinolfi e Adinolfi viene intercettato per sbaglio, per un fraintendimento. Il 28 novembre 2013, mentre indagano sulla presunta corruzione della Cpl Concordia, gli inquirenti napoletani ascoltano i vertici della cooperativa emiliana che, temendo di avere cimici nei loro uffici, parlano di un “generale” che potrebbe effettuare una bonifica. Per Woodcock e il capitano del Noe Gianpaolo Scafarto, il generale in questione è Michele Adinolfi, citato successivamente per un’altra vicenda. In realtà pochi giorni dopo si scopre che Adinolfi (già indagato da Woodcock nell’inchiesta P4 e poi archiviato su richiesta dei pm di Roma) non c’entrava nulla, il “generale” era Matteo Giuseppe Lopez, un militare in pensione titolare della Sigint, un’azienda nel settore della sicurezza aziendale, che effettua una regolare bonifica. Nonostante lo scambio di persona emerga immediatamente, Adinolfi viene indagato per corruzione e continua ad essere intercettato per circa 3 mesi per investigare sulla “rete relazionale” dell’alto ufficiale che “gli è funzionale a perseguire in tutti i modi i propri interessi” e che include “un canale preferenziale” con “il segretario del Pd Matteo Renzi, con Luca Lotti e Dario Nardella”: il giglio magico. In questo periodo, il 10 gennaio 2014, viene captata la conversazione con Adinolfi in cui Renzi dice che l’allora premier Enrico Letta è “un incapace”. 

 

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Naturalmente si tratta di una telefonata che non doveva essere rivelata. Il generale Adinolfi, dopo mesi di intercettazioni, viene archiviato su richiesta dello stesso pm Woodcock, dopo un interrogatorio che dura un minuto. Era del tutto evidente che non ci fosse alcun elemento a suo carico. Gli atti con le intercettazioni irrilevanti riguardanti Renzi coperte da omissis vengono inviati per competenza a Roma, dove il procuratore Giuseppe Pignatone archivia la posizione di Adinolfi. La vicenda sembra chiusa. Ma quando su gran parte dell’inchiesta i magistrati di Napoli vengono dichiarati incompetenti e l’intero fascicolo sulla Cpl Concordia viene inviato alla procura di Modena, l’informativa del Noe su Adinolfi arriva senza omissis. La polpetta delle intercettazioni di Renzi viene infilata nel fascicolo da cui chi sapeva dove trovarla la fa finire sulla prima pagina del Fatto quotidiano del 10 luglio 2015. “Posso dire che le frasi attribuite al premier Renzi – disse il pm modenese che aveva ricevuto il fascicolo senza omissis – non hanno alcuna rilevanza penale e soprattutto non riguardano l’inchiesta”. Su quella vicenda la procura di Napoli, indagando evidentemente nel proprio ambito, aprì un’indagine che non ha portato a nulla, così come l’iniziativa del procuratore generale della Corte di Cassazione Pasquale Ciccolo, lo stesso che ora ha avviato un’azione disciplinare nei confronti di Woodcock accusato di aver violato con un’intervista il riserbo che gli era stato chiesto dalla procura e di aver interferito con le indagini della procura di Roma sul suo sottoposto Scafarto accusato di falso. Dell’intercettazione Renzi-Adinolfi si era interessato anche il Csm e, a quanto risulta al Foglio, il fascicolo aperto nel luglio 2015 è ancora pendente in Prima commissione.

 

La similitudine con l’intercettazione tra Renzi padre e figlio nell’ambito dell’inchiesta Consip è evidente, anche se in quest’ultimo caso la vicenda è più grave. Tiziano Renzi è indagato ma non intercettato a Roma, ma viene intercettato anche se non è indagato dalla procura di Napoli e dal Noe il giorno prima del suo interrogatorio nella capitale. La procura di Roma giudica la conversazione irrilevante, ma il brogliaccio della telefonata tra Matteo e Tiziano Renzi viene fatto arrivare allo stesso giornale e allo stesso giornalista, Marco Lillo, che avevano pubblicato l’intercettazione tra Renzi e Adinolfi (captata sempre dalla procura di Napoli e dal Noe).

 

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Ma le similitudini non finiscono qui. Perché oltre ai conflitti tra procure e all’interno della stessa procura di Napoli, oltre ai protagonisti e alle fughe di notizie, ad accomunare le inchieste Consip e Cpl Concordia ci sono anche errori e possibili manipolazioni. Nell’unico spezzone dell’inchiesta di Woodcock rimasto a Napoli e che vede imputato il sindaco di Ischia Giosi Ferrandino, sono emerse alcune anomalie nelle informative di Scafarto. La più rilevante delle quali riguarda un’intercettazione del fratello del sindaco che viene trascritta così: “A detta di Giosi andiamo tutti in galera”. Ma nel dibattimento emerge che il nome del sindaco di Ischia è presente solo nei brogliacci di Scafarto, mentre nella perizia trascrittiva ci sarebbe una parola “incomprensibile”. Ricorda molto l’errata trascrizione dell’intercettazione in cui Scafarto fa dire a Romeo di aver incontrato Tiziano Renzi (mentre è Bocchino a dire di avere in passato incontrato Matteo Renzi) e per cui il capitano e braccio destro di Woodcock è indagato dai pm di Roma che hanno ritirato al Noe la delega proprio a causa delle ripetute fughe di notizie nell’inchiesta.

 

Stessi protagonisti, stessi conflitti tra procure, stessi metodi discutibili d’indagine, stesso uso disinvolto delle intercettazioni che finiscono in maniera illegittima e ingiustificata sui giornali per imbastire un processo processo mediatico-morale parallelo e indipendente da quello giudiziario-penale. Non sappiamo se c’è del metodo in questa follia ma, sempre per citare l’Amleto, una domanda è lecita: c’è del marcio in procura?

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