Il "metodo Napolitano" contro l'ipocrisia sulle intercettazioni

Dalle pubblicazioni abusive al caso D’Ambrosio, la lunga lotta dell’ex capo dello stato per una giustizia giusta

Il "metodo Napolitano" contro l'ipocrisia sulle intercettazioni

Giorgio Napolitano (foto LaPresse)

Si è detto molto sul postribolo delle intercettazioni: ma forse, non tutto. Pare che Giorgio Napolitano abbia voluto colmare la lacuna. In questi giorni ha dichiarato che molte delle critiche mosse su questa materia sono ipocrite. Muovendo dal caso Consip, ha introdotto una critica di sistema. Giudizio impegnativo, ma ben fondato, specie considerando i suoi anni da Presidente (anche) del Csm. Quando ha infatti intessuto una fitta trama di rilievi, ammonimenti, proposte sulla giustizia penale. Come ha rilevato Giuseppe Di Federico in un suo recente saggio, fra tutti i presidenti della Repubblica “ha fatto gli interventi più numerosi e puntuali”, tanto da averne tratto, caso unico, una raccolta ufficiale, pubblicata dallo stesso Quirinale.

 

Al Quirinale,
Napolitano ha sostenuto una verità elementare: le piaghe della giustizia nascono dal processo penale e dipendono
dal soggetto
che lo governa:
la magistratura.
E indicava dove vanno cercate
le responsabilità: "Pratiche spartitorie", "interessi lobbistici", "malsani bilanciamenti fra correnti".

Nella dichiarazione sulle intercettazioni campeggia una parola: “piaga”. “Io personalmente ho messo il dito in questa piaga, e non c’è mai stata una manifestazione di volontà politica per concordare provvedimenti che avessero messo termine a questa insopportabile violazione della libertà dei cittadini, dello stato di diritto e degli equilibri istituzionali”. Parola centrale, nel suo lungo discorso critico. Piaga e sofferenza.

 

Quella raccolta ufficiale è dedicata alla memoria del dott. Loris D’Ambrosio, suo consigliere giuridico per sei anni, finito da un infarto e fatto oggetto, nell’orbita del processo sulla cosiddetta. trattativa Stato-mafia “di una campagna violenta e irresponsabile”. Sue parole.

 

Perché le movenze sono sempre quelle, quelli i figuri: un ceto opinionistico-investigativo in lubrica e perenne attesa di fare il banditore a un brogliaccio, o a un qualsivoglia pettegolezzo congegnato in forma di atto d’indagine. E sempre prono a trafficare, ma con posture di navigata doppiezza. Atteggiato come fosse uno smunto guerrigliero alla macchia, digiuno da almeno quindici giorni e non uno sghignazzante lenone, che gozzoviglia e ingrassa sulla sofferenza altrui.

 

In quegli anni, Napolitano aveva sostenuto una verità elementare: le piaghe della giustizia nascono dal processo penale (compresa la marginalità in cui è tenuto quello civile) e, in primo luogo, dipendono dal soggetto istituzionale che lo governa: la magistratura.

 

Consideriamo brevemente alcuni esempi del “metodo Napolitano”. Che fu (ed è) un metodo necessariamente conflittuale, quindi istituzionalmente onesto. Oggi si parla (e straparla) di prescrizione. Certo, aveva osservato, la durata dei processi è “il problema più grave della giustizia”, traendone però una conseguenza spiazzante quanto logica: questo “rende poco credibile l’argomento secondo il quale ogni provvedimento giudiziario può trovare nel sistema le sue correzioni”. E indicava dove andavano (e vanno) cercate le responsabilità: “pratiche spartitorie”, “interessi lobbistici”, “malsani bilanciamenti fra le correnti”.

 

Autonomia e indipendenza? Sì, “a differenza del giudice, però, le garanzie di indipendenza ‘interna’ del pubblico ministero riguardano l’ufficio nel suo complesso e non il singolo magistrato”. Anche perché, “il magistrato non deve dimostrare alcun assunto, non certamente quello di avere il coraggio di toccare i potenti, anche contravvenendo a regole inderogabili”. La responsabilità del magistrato è ridotta a innocua pantomima? Questo perché la logica correntizia e “spartitoria” determina ritardi nella copertura delle sedi vacanti, che incidono anche sull’effettivo controllo disciplinare. Il Parlamento, sede eminente della “politica”, deve incarnare la sovranità popolare nel suo atto quintessenziale: la Legge. Ma quando ne interviene una nuova il Consiglio superiore, assumendo ruoli “impropri”, “in via paranormativa”, è sempre in grado di formulare circolari che possono esautorarla. E così via.

 

Nel congedarsi dal suo duplice mandato, aveva dovuto constatare, su questo decisivo terreno, diffuse neghittosità e minimalismi da cui si era sentito costretto all’inane speranza di “lanciare messaggi nella bottiglia, non sapendo chi vorrà raccoglierli. E bisognerebbe che li raccogliessero tutti perché abbiano effetto”. Non stupisce, pertanto, che le inerzie e le irresponsabilità politiche, denunciate anche oggi, gli appaiano coriacee, quasi calcificate.

 

Ma il punto è questo. La “insopportabile violazione della libertà dei cittadini, dello stato di diritto e degli equilibri istituzionali”, non sono argomento da convegno e acqua minerale per i signori relatori. Specie quando vengano offerte alla pubblica valutazione da un presidente emerito della Repubblica. Annunciano lo spasmo agonico della democrazia in Italia. Lo squilibrio istituzionale che fagocita la libertà di ciascuno, soppiantando il diritto, ha un solo nome: tirannia. A partire da questo rilievo, dovrebbe misurarsi anche l’irrinunciabile centralità di eventuali dispute di area, o di partito.

 

La cifra politica della “fiducia nella magistratura”, ricorrente a ogni grado della gerarchia di partiti ed istituzioni, è contegno meramente emotivo, che tradisce rinuncia all’analisi e alla responsabilità di un’azione critica. Vivere dove l’irreprensibilità del figlio è fatta comunque pagare con la degradazione “sentimentale” del padre; dove l’intimità di una preoccupazione è fatta macerare nella pastura di folle belluine; dove la “fattispecie incriminatrice”, nata limitatissima disamina di un’azione, si fa invece irrefrenato sezionamento di un’intera vita; dove non manca mai un’”emergenza” che “giustifichi”, cioè renda “giusta”, cioè “legittima”, la riduzione alla minorità giuridica e umana di una società politica sempre troppo peccaminosa e degna solo di un bargello occhiuto, maledicente, ablatorio, non ha niente di prossimo all’umana saggezza; niente con cui potersi misurare sul piano di un confronto istituzionalmente libero, civile e democratico.

Se ha torto il presidente Napolitano, potremo continuare a dissolverci nella barbarie senza troppi scrupoli: ritornando ad antiche dimestichezze con i nostri secoli e decenni più bui. Altrimenti, bisogna che gli uomini di buona volontà si diano una mossa. E la “fiducia” non c’entra. C’entra la libertà.

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