“I giornalisti non possono non pubblicare". Così si alimenta la gogna

Per il direttore di Repubblica anche una conversazione non penalmente rilevante e uscita illegalmente non può essere “censurata”

“I giornalisti non possono non pubblicare". Così si alimenta la gogna

È giusto pubblicare intercettazioni non penalmente rilevanti? È giusto trasformare i giornali in una “buca delle lettere” delle procure, ventilatori di schizzi di fango e puzza di gogna? Il Foglio ha già spiegato la propria posizione in un articolo del direttore Claudio Cerasa e, proprio per cercare di fermare la gogna, ha lanciato una campagna per dire basta.

 

 

Sull'argomento, oggi, hanno scritto il direttore di Repubblica, Mario Calabresi e il vicedirettore del Corriere della Sera, Antonio Polito

 

Il primo non ha evidentemente aderito alla nostra campagna. E ha invece spiegato che “non si può chiedere ai giornalisti di autocensurarsi, di farsi carico dell'incapacità delle istituzioni di tenere riservati pezzi di inchieste”. Certo, aggiunge, “questo non significa che il modo con cui quella conversazione (quella tra Matteo e Tiziano Renzi pubblicata dal Fatto Quotidiano ndr) è uscita sia legittimo e che non abbia provocato fortissima tensione tra procure e investigatori. È evidente che c'è stata una violazione del segreto d'ufficio da parte di un pubblico ufficiale”. Ora, per Calabresi, per punire questa violazione non è necessaria una nuova legge, “quelle che ci sono bastano e avanzano”. E comunque il giornalista non può “dimenticare cos'è una notizia e cosa è rilevante per i lettori”.

 

Per molti versi simile l'analisi di Polito secondo il quale “il sistema delle intercettazioni regge com'è, chiunque sia al governo, perché le intercettazioni sono popolari, e i partiti di solito non fanno cose impopolari”. A pesare, quindi, è “la giustizia dell'opinione pubblica”. E l'intercettazione “si presta perfettamente alla bisogna, anche perché consente sentenze immediate nell'opinione pubblica”.

Ormai, prosegue, “siamo fuori anche da quello che un tempo si chiamava 'circuito mediatico-giudiziario'”. Secondo Polito sarebbe comunque sbagliato “cercare di alzare un diga a valle, senza chiudere il rubinetto a monte, punendo cioè la pubblicazione invece che frenando la diffusione degli atti di indagine. In tutto il mondo i giornalisti cercano e pubblicano informazioni riservate o segrete, è il loro mestiere. Ma in nessun altro Paese circola una tale mole di carte giudiziarie segrete o riservate. E questo non potrebbe accadere senza la complicità o la negligenza di qualche investigatore e di qualche magistrato, troppo spesso a caccia di popolarità”.          

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Commenti all'articolo

  • ricordatidellamuffa

    21 Maggio 2017 - 23:11

    Scusate ma se corrompo un guardiano e rubo un quadro di valore e poi lo cedo ad un giornale a titolo oltreché oneroso, non sono soggetto a azione penale ed il giornale non dovrebbe essere imputato di ricettazione? Perché il giornalista ed il giornale sono esentati da responsabilità? Come si fa ad investire in un paese dove la giustizia funziona in questo modo? Bisognerebbe condannare con più forza queste situazioni, a mio avviso, perché se non ci si riesce vuol dire che la verità sta solo da una parte. Grazie

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  • Roberto Cattani

    20 Maggio 2017 - 02:02

    Perché Calabresi e Polito non ci spiegano la differenza fra i giornalisti e i cazzari (quelli a caccia di popolarità per dirla alla Polito)? Che se poi i giornalisti hanno i lettori che si meritano (che ritengono rilevante quello che scrivono per dirla alla Calabresi), ecco spiegato come mai Repubblica e Corriere ne hanno persi oltre il 70%.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    20 Maggio 2017 - 00:12

    Ovvio, chiudere il rubinetto a monte, ma il fatto è che a valle ci sono golose masse bulimiche di quello che sgorga dal rubinetto. Le platee bramano, le oligarchie soddisfano.

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