La vocazione manettara del Fatto consacrata dal libro di Davigo e Ardita

"Giustizialisti": i due pm contro prescrizione, presunzione d'innocenza, giusto processo e altre ossessioni

La vocazione manettara del Fatto consacrata dal libro di Davigo e Ardita

Piercamillo Davigo (foto LaPresse)

Marco Travaglio e il Fatto Quotidiano da tempo oramai concentrano i loro sforzi nell’attività di divulgazione dei principi fondamentali del giustizialismo manettaro in salsa populista. A dar man forte alla buona riuscita dell’impresa anche la casa editrice diretta emanazione del quotidiano dello “strillone con megafono”, PaperFirst, la quale da qualche giorno può vantare l’uscita in libreria dell’ultima fatica dei magistrati Sebastiano Ardita e Piercamillo Davigo, dal titolo provocatorio “Giustizialisti”.

 

Il libro percorre il solco rude e grossolano di una cultura giuridica ostile alle garanzie giurisdizionali pensate per riequilibrare a favore del cittadino un rapporto di forza che sarebbe, diversamente, a tutto vantaggio dell’autorità statale, e tutto questo nonostante le analisi e le riflessioni di cui il volume si compone appartengano a due prestigiosi magistrati impegnati sui fronti caldi della corruzione e della criminalità organizzata, o forse, proprio in ragione degli insegnamenti che essi ritengono di poter trarre da anni di esperienza di magistratura inquirente.

 

La prefazione di Marco Travaglio non lascia presagire, sin da subito, nulla di buono: in Italia il garantismo, la presunzione di innocenza, la separazione dei poteri, sono tutte imposture divenute il rifugio dei peggiori mascalzoni in guanti gialli.

Il teorema degli autori si palesa quindi semplice, chiaro e allo stesso tempo disarmante: il sistema giudiziario italiano è al collasso perché troppi e troppo efficaci sono gli istituti processuali che il furfante di turno (l’imputato del processo penale o il debitore in quello civile) può utilizzare per vanificare l’opera di bonifica morale dell’intera società, affidata, e come potrebbe essere diversamente, alla magistratura nazionale.

 

La prescrizione (vera ossessione della coppia Ardita/Davigo), l’accesso all’appello senza alcun limite, i benefici penitenziari, le limitazioni d’uso di alcuni strumenti investigativi (intercettazioni e agenti provocatori su tutti), l’eccessiva ritrosia nell’applicazione delle misure cautelari personali, la motivazione delle sentenze civili e anche la presunzione d’innocenza e il giusto processo, rappresentano ostacoli insormontabili dolosamente disseminanti lungo il percorso della giustizia da un legislatore il cui unico obiettivo sembra quello di sabotare tutti gli sforzi compiuti dai rappresentanti dell’ordine giudiziario.

Meglio allora un paese dalla tradizione giuridica invidiabile come la Romania dove le leggi sono molto severe, le carceri parecchio dure e non si è soliti concedere sconti di pena ai criminali.

 

Le soluzioni per l’Italia, tuttavia, sono a portata di mano ed è solo questione di convincere il Parlamento (magari il prossimo a maggioranza a Cinque stelle, chissà) ad agire rapidamente, perché se non bastano allo Stato, ad esempio, 15 anni per processarvi definitivamente per concussione o 10 per corruzione o 7 e mezzo per abuso d’ufficio o 17 anni e mezzo per associazione a delinquere, occorrerà concedere ancora altro tempo, o meglio, tutto il tempo che servirà. Per fare ancora più in fretta, poi, sarebbe meglio eliminare la possibilità di impugnare le sentenze di primo grado o subordinare l’appello a un aggravio di costi e a un aumento di pena direttamente conseguente al semplice rigetto del ricorso, perché, diciamocela tutta, chi è già stato condannato in primo grado non è più imputato in attesa di giudizio ma colpevole in attesa di appello, con buona pace della retorica sull’articolo 27 della Costituzione Repubblicana.

 

L’esperienza avrebbe dimostrato, ancora, che non vi è alcuna necessità di raccogliere la prova in dibattimento a seguito dell’esame e del contro esame di testi e ufficiali di polizia giudiziaria, perché basterebbe per questi ultimi consentire la mera lettura degli atti che sono stati redatti nel chiuso delle loro stanze senza contraddittorio e senza necessità di alcun confronto con le tesi della difesa. Perché mai continuare a insistere, infine, nella rinnovazione del dibattimento penale tutte le volte che nel corso del giudizio cambia la composizione del collegio giudicante, considerato che la credibilità di un teste, di un pentito, la condotta tenuta in giudizio, le esitazioni e tutto il resto possono ben rimanere documentate indelebilmente nei verbali d’udienza?

L’adozione di queste misure potrebbe davvero cambiare il volto alla giustizia, secondo i nostri autori, unitamente al potenziamento degli strumenti di indagine e all’inasprimento delle sanzioni detentive da non annacquare con gli sconti di pena annuale concessi per buona condotta (meglio la Romania, come detto).

 

Nella lotta alla corruzione dovrebbe trovare ingresso l’utilizzo dell’agente provocatore, un infiltrato che dovrebbe non già essere testimone di un fatto illecito autonomo, ma che dovrebbe indurre a commettere quel fatto, al fine di saggiare la predisposizione morale e psicologica di politici, imprenditori e funzionari, al compimento di attività criminali da stroncare poi esclusivamente con pene detentive esemplari perché “il governo può snellire la burocrazia, stabilire conflitti d’interesse e incompatibilità… Ma la politica dovrebbe innanzitutto facilitare le indagini sui reati spia della corruzione, perché il più importante deterrente è e sarà sempre la predisposizione di strumenti repressivi”.

Manette, manette, manette.

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