Se un giudice fa il candidato. Così è nata la Repubblica giudiziaria

Da Michele Emiliano che vuole guidare il Pd a Franco Sebastio che vuole guidare Taranto. Numeri e dubbi

Se un giudice fa il candidato. Così è nata la Repubblica giudiziaria

Michele Emiliano (foto LaPresse)

Il magistrato/presidente Michele Emiliano che, iscritto al Pd, aspira a diventarne il segretario. L'ex procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, che si candiderà a sindaco della città, concorrendo anche con un ex collega/giudice. Sono solo le ultime espressioni di quella che, ogni giorno di più, appare come una nuova configurazione politico-istituzionale. Il filosofo del diritto Biagio De Giovanni ha suggerito un nome: Repubblica giudiziaria. Diffusamente, e a buon diritto, se ne sono contestate e se ne contestano le movenze esterne: le indagini, i processi, più o meno clamorosi. Meno considerate, invece, sono le movenze interne di questa configurazione: ma anch’esse fondamentali. Le une e le altre si giustificano vicendevolmente: concrescono. Per combattere il Male ci vuole la Forza; con più Forza meglio si combatte il Male. E tout se tient. Chiamiamole radici e ramificazioni dell’apparato. Soprattutto negli anni della cosiddetta Seconda Repubblica, il fenomeno dei magistrati “che fanno altro” si è intensificato a dismisura. Le “funzioni extragiudiziarie” assunte sono, o politiche, o “solo” tecnico-giuridiche. Esemplificando, per queste ultime: capo di gabinetto di un ministro; consulente di una Commissione parlamentare; titolare di uno dei numerosissimi uffici presso il ministero della Giustizia; componente dell’Autorità anticorruzione; assistente di studio presso la Corte costituzionale. Oltre che su 200 magistrati a tempo pieno, il Csm ha pronunciato mediamente 1.600 deliberazioni annue per incarichi a tempo parziale; con circa 450 magistrati interessati, e un esonero parziale dal lavoro giudiziario, per ciascuno, fra il 30 e il 50 per cento. Come ci si è arrivati? Due sono, in estrema sintesi, i momenti essenziali.

 

Soprattutto negli anni della cosiddetta Seconda Repubblica, il fenomeno dei magistrati "che fanno altro" si è intensificato a dismisura. Le "funzioni extragiudiziarie" assunte sono politiche o "solo" tecnico-giuridiche. In media, il Csm decide su duecento magistrati a tempo pieno all'anno

Dal 1967, gli avanzamenti in carriera dei magistrati non si fondano più sui “titoli giudiziari”, cioè su come si scrivono gli atti; ma su una valutazione “nel complesso”, demandata al Csm (prima decideva una commissione). Perché, sostenne a spada tratta l’Anm, l’impegno richiesto a scrivere belle sentenze disperdeva energie. Dal 1970, per decisione del Csm, anche i magistrati/parlamentari, pur senza toga sulle spalle, poterono essere valutati come i loro colleghi. Ma da chi, e su quale “merito”, visto che non stavano in tribunale? Dagli organismi “altri” (in questo caso, il Parlamento), sulle funzioni “extra”. Queste le conseguenze: a) il Csm rendeva l’esperienza giudiziaria “facoltativa”; b) giudiziaria o non giudiziaria che fosse l’attività, la sua valutazione “nel complesso”, si traduceva in una progressione in carriera, di fatto, per mera anzianità c) poiché molti magistrati poterono progredire in carriera grazie a valutazioni di organismi “altri” (tutte positive), “l’autonomia e l’indipendenza della magistratura” risultavano sottoposte a un processo di “ibridazione”: si badi, tenacemente ricercato, e anzi preteso, dal Csm. Sintesi delle conseguenze: l’ordine giudiziario poneva le basi per rendere, agevolmente, gli incarichi “fuori dei tribunali” sue teste di ponte, presso i poteri legislativo ed esecutivo.

 

In questo contesto, sia Emiliano che Sebastio, ciascuno secondo le sue necessità argomentative (anche disciplinari, il primo; “solo” politico-istituzionali, il secondo), potranno spostare la questione sul terreno di un più generale “diritto alla politica” del magistrato. E sarebbero in una botte di ferro. Perché la magistratura, come un sol uomo, difende questa pretesa “elettorale”, e sempre riafferma che il principio di uguaglianza non può compromettere l’“elettorato passivo” del magistrato. A tutto concedere, se ne fa una questione “morale” (con le formule: “sarebbe opportuno”, “io farei un passo indietro”; Davigo, meno sfumato: “I diritti politici si negano solo ai delinquenti”). Lo stesso disegno di legge che dovrebbe “mettere ordine”, e appena approvato anche in Commissione giustizia della Camera (questa presieduta da un altro magistrato/parlamentare “fuori ruolo”), conta i passi. Il magistrato che, dopo avere svolto funzioni politiche, e ricevuto le sue valutazioni “professionali” dall’organo non giudiziario appena lasciato, intendesse riassumere “funzioni giudiziarie”, lo potrebbe sempre fare, solo con qualche limitazione transitoria. In alternativa, se ageè, la pensione; oppure, vari, non scoraggianti ricollocamenti. Ma il “diritto” non si discute. D’altra parte, si può discutere di Repubblica giudiziaria.

 

E’ davvero assoluto “l’elettorato passivo”del magistrato? Un’autorevolissima Commissione ministeriale (nominata da Giovanni Conso, ministro della Giustizia, presieduta da Ettore Gallo; fra gli altri, vi partecipavano Vladimiro Zagrebelsky, Giuseppe Di Federico, Vincenzo Carbone) aveva proposto, semplicemente, “l’ineleggibilità assoluta”. Nero su bianco, già dal 1994. E non perché ritenesse delinquenti i magistrati. Il principio di uguaglianza non va valutato, si spiegò, fra cittadini rispetto alla candidatura (per cui solo il magistrato non potrebbe: in ipotesi, ingiustamente); ma, da un lato, fra candidati, che devono poter concorrere in condizione di parità; e, dall’altro, fra elettore e candidato: questo perché il criterio di riferimento è la “libertà di voto” dell’elettore (art. 48 Cost.). Il magistrato/candidato, innescherebbe una disuguaglianza elettorale per carica pregressa: come, in linea generale, già nel 1993 aveva chiarito la stessa Corte costituzionale. Perciò neanche la soluzione di compromesso era ritenuta ammissibile: candidarsi o “rientrare”, in luogo diverso da dove si sono assunte “funzioni giudiziarie”. Di questa Commissione, si sono prese le tracce. In realtà, difendendo “l’elettorato passivo”, la magistratura, “in alto”, continua (e continuerà) a presidiare gli altri poteri dello stato e, oggi, anche le “Autorità” che sempre più costellano il nuovo panorama istituzionale; “in basso”, grazie alla parificazione fra “funzioni giudiziarie” e “funzioni extragiudiziarie”, cui è legata la carriera, di fatto, per mera anzianità, governa e appaga il consenso dei suoi membri. Se non ci fosse “il diritto a essere eletti” ne sarebbe ridisegnato, e ridimensionato, “l’Ordine giudiziario ramificato”. E tutto prese le mosse da quell’alzata d’ingegno sui magistrati/parlamentari.

 

Alcuni dati mostrano la centralità del congegno valutativo: sia per il contingente “fuori le mura”, che per quello acquartierato. Dal maggio 1979 al marzo 1988 (gli anni, fra l’altro, di Tortora, del referendum – neutralizzato – sulla responsabilità civile) furono valutati 7.973 magistrati, solo 52 furono bocciati, gli altri, il 99,3 per cento, tutti promossi. Fra il 1993 e il 2003 (Tangentopoli e seguito) scrutinati 9.656, bocciati 117; vale a dire che il 98,79 per cento fu promosso. Nel 2006, è stata varata una riforma dell’ordine giudiziario: a leggerla, un subisso di valutazioni “di merito”. Arduo, tuttavia, scorgere soluzioni di continuità. Dal Settembre 2007 al Settembre 2014, sono stati esaminati 9.420 magistrati con i “nuovi criteri”; 91 non promossi; promossi tutti gli altri: il 99,1 per cento. Alto potere in maschera sindacale.

 

Discutere solo di “iscrizione” a un partito, o di “magistrati in politica”, senza valutare la “centralità nascosta” del sistema di valutazione professionale, e tutte le accennate connessioni che lo rendono il reale sancta sanctorum dell’apparato, è scelta, per lo meno, parziale – liminare all’accorgimento gattopardesco. Ribadirlo può forse servire a precisare la lunghezza del tragitto, a prevenire le insidie: per non confondere una tappa con la meta, per non regredire pensando di progredire. Dato che, riunite, le manifestazioni “esterne” e “interne” della Repubblica giudiziaria riguardano, nella vita e nel patrimonio, i sessanta milioni di persone che la abitano. Una per una.

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