Il Tour de France, i soldi e il ciclismo secondo Tom Dumoulin

"Se il Tour 2018 non avrà un tracciato adatto… perché dovrei andare a caccia della vittoria già l’anno prossimo?", si chiede l'ultimo vincitore del Giro. La razionalità dell'olandese e l'importanza di Torriani

Il Tour de France, i soldi e il ciclismo secondo Tom Dumoulin

Tom Dumoulin in maglia rosa a Milano (foto LaPresse)

Negli ultimi anni il copione degli obiettivi del ciclismo mondiale, almeno per i più forti corridori da corse a tappe, è stato pressoché sempre lo stesso: prima c'è il Tour de France, poi, in caso, il resto. D'altra parte chi investe i soldi in una compagine ciclistica vuole soprattutto una cosa: la maggior visibilità possibile nella corsa più vista, la Grande Boucle. E' l'economia che comanda, anche perché, salvo poche eccezioni, le squadre hanno un budget appena sufficiente a concludere una stagione e poco potere contrattuale. Ed essendo il montepremi della corsa francese enormemente maggiore rispetto a quello delle altre grandi corse a tappe di tre settimane (Giro d'Italia e Vuelta di Spagna) è facile arrivare a una conclusione pecuniaria: meglio un piazzamento in Francia che vittorie altrove.

 

"Il Tour prima di tutto" è prassi per molte squadre. Religione per Chris Froome, come lo è stato per altri prima di lui, Lance Armstrong in primis. "Il Tour prima di tutto" è slogan di un tempo della corsa francese e convincimento molto francese diventato verbo in tutta Europa e in tutto il mondo.

 

E forse è giusto così, perché il format della grande corsa a tappe se lo sono inventati loro, perché loro per primi lo hanno portato sul palcoscenico più bello del ciclismo, quello delle grandi montagne, perché in Francia più che altrove si assiste a una festa nazionale di tre settimane itinerante. E poco importa se non sempre è la Grande Boucle la corsa più appassionante, più combattuta, quella dei colpi di scena e delle salite più dure. Il ciclismo è un mondo dove tradizione e storia contano più che altrove e dove le rivoluzioni si fanno a parole, le si provano a fare in bicicletta, ma non si realizzano mai. Contano i ricordi. E questi sono immutabili per sostanza.

 

Succede però a volte che la razionalità possa salire sulle pedivelle e quanto meno mettere in dubbio l'ovvio. "Dipenderà dai percorsi. Alla Vuelta e al Giro ho già lottato per la classifica generale e al Tour non ancora. Ma se il Tour 2018 non avrà un tracciato adatto… perché dovrei andare a caccia della vittoria già l’anno prossimo? Ho amato il Giro e mi piacerebbe molto ritornarci". A parlare, alla Gazzetta dello Sport di oggi, è Tom Dumoulin, ultimo vincitore del Giro d'Italia, colui che doveva essere l'anti Froome alla Grande Boucle 2018.

 

Dumoulin non ha detto nulla di clamoroso, nulla di rivoluzionario. Ma quello che sino all'inizio degli anni Ottanta era normale sembra non esserlo più oggi. Dumoulin è un corridore eccellente, ottimo cronoman, buonissimo scalatore, l'antikeniano per definizione, l'uomo che sulla carta potrebbe interrompere il dominio dell'uomo Sky in suolo francese. Era il racconto che l'Aso, la società che organizza il Tour, aveva in mente e che voleva utilizzare. E' il racconto che probabilmente utilizzerà, perché provare a vincere la maglia gialla è obiettivo e destino di tutti i grandi corridori e quello che si è per ora messo in mezzo al racconto e alla sua effettiva realizzazione è solo una frase, solo parole. Ma parole buone a far capire una cosa che forse in molti hanno dimenticato: la bellezza di una corsa a tappe sono i suoi percorsi.

 

Vincenzo Torriani, lo storico patron del Giro, lo sapeva e su tracciati e altimetrie aveva costruito la fortuna della Corsa rosa. I suoi Giri erano liquidi, si adattavano ai campioni, salvo poi essere molto spesso superati dagli eventi. La Vuelta negli ultimi anni ha creato uno stile, ha stravolto il normale svolgimento di una gara a tappe facendolo diventare un grande punto di domanda, una trincea di incognite. Il Tour ha provato a innovare qualcosa, non cambiando però la sua dimensione, quella da primo della classe. Una dimensione che si è cucita addosso Froome e che in molti vorrebbero levargli. Ma forse ci vorrà ancora del tempo.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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