Il Giro non è solo ciclismo, ecco perché bisogna portarlo a Ischia e Amatrice

Per diminuire la distanza con il Tour de France non bastano i percorsi, seppur bellissimi, serve ricordare la lezione di Torriani: "La corsa ha il compito di accompagnare l'Italia, di inseguirla e stimolarla"

Il Giro non è solo ciclismo, ecco perché bisogna portarlo a Ischia e Amatrice

Foto LaPresse

C'è stato un momento nel quale il Giro d'Italia rivaleggiava quasi alla pari con il Tour de France nell'immaginario collettivo del ciclismo mondiale. Era quella la creatura di Vincenzo Torriani, geniale patron della corsa, che aveva ereditato nel 1949 da Armando Cougnet che, dopo averla contribuita a creare, l'aveva diretta per quarant'anni. Tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Ottanta la corsa rosa divenne tappa obbligatoria per tutti i grandi campioni, per quelli almeno che volevano dimostrare di essere tali. In Italia scendevano tutti, velocisti e interpreti delle corse del nord Europa, specialisti delle tre settimane e gente da fughe indomite, in pratica il meglio del meglio che si poteva trovare. Certo era un ciclismo diverso, dove i corridori si appendevano i numeri di gara sulla schiena per otto mesi all'anno e non centellinavano corse ed energie, ma il richiamo del Giro spingeva gli atleti a dosi ulteriori di sforzi pur di partecipare. Il perché lo spiegò Rik Van Looy nel 1962 dopo la doppietta Giro delle Fiandre-Parigi-Roubaix: "Sono un uomo che vive per le corse del nord. Quest'anno andrò al Tour e mi sarei potuto riposare un po'. Ma come si può rinunciare all'Italia? Il Giro è una corsa meravigliosa, quando si corre si sente tutto un paese vivere".

 

Il successo di quegli anni era dovuto a molti fattori. Sicuramente alla gran voglia di ciclismo della gente e alla capacità organizzativa di Torriani, sicuramente alla sua abilità nel parlare coi corridori, a convincerli dell'importanza del Giro, ma soprattutto, come scrisse Bruno Roghi, perché aveva "la rara capacità di essere in sintonia con il paese". Torriani viveva l'Italia, la percorreva, ne osservava costumi, malcostumi, cambiamenti, riusciva a fotografarne i limiti e i sentimenti come pochi altri: i suoi Giri erano specchio dell'Italia.

 

In un'intervista concessa a Sergio Zavoli affermò che "il compito del Giro non era tanto quello di essere cartolina dell'Italia, ma di accompagnare l'Italia, di inseguirla e stimolarla". L'aveva iniziato a fare Cougnet nel 1946, portando i corridori a Trieste, o almeno i valorosi che decisero di ripartire dopo la sassaiola di Pieris. Un romanzo popolare senza un'ambientazione fissa, ma pieno di colpi di scena, di decisioni azzardate e momenti simbolici. Un romanzo popolare che era sentimentale, ma non melenso, capace di colpire l'immaginario collettivo anche quando mancavano come protagonisti gli eroi della bicicletta.

 

Come quando nel 1967 Torriani fece partire la quarta tappa da una Firenze che ancora portava i segni dell'alluvione dell'autunno precedente. Oppure come quando nel 1977 la corsa rosa omaggiò il Friuli ancora ferito dal terremoto che aveva distrutto gran parte delle case di Trasaghis, Bordano, Osoppo, Montenars, Gemona del Friuli, Buja e Venzone. Ancora come nel 1981 le strade del Giro si incontrarono con quelle squarciate del Vulture e poi l'anno successivo con quelle dell'Irpinia malridotte dal sisma del novembre del 1980. E poi nel 1988 quando Torriani decise di disegnare i due tapponi alpini in Valtellina, a Chiesa in Valmalenco e Bormio quasi a unire in due giorni quella striscia di terra lacerata dall'alluvione che provocò 53 morti e migliaia di sfollati.

 

Già allora come oggi il Giro non poteva competere per budget e prestigio con il Tour de France, la corsa a tappe più antica e famosa del mondo, eppure questa dimensione da fratello minore era stata superata grazie all'ingegno e a un rapporto simbiotico tra le strade della corsa rosa e quelle degli uomini e delle donne che vivevano l'Italia. Il Giro ha i suoi conti e suoi bilanci da rispettare, non è mai stato un'ente benefico e la partenza e l'arrivo di una tappa hanno un costo, un costo che poi viene facilmente e ampiamente ripagato dalla visibilità che dà la scoperta di realtà che molte volte ignoravamo. Ma ha ancora una funzione che va al di là del ciclismo, perché percorre l'Italia, l'invade e si fa invadere da essa. Per questo sarebbe da prendere in considerazione una partenza o un arrivo tra Accumoli, Amatrice e Norcia e poi più in giù, a Ischia, sarebbe un ritorno alla "regola" di Torriani, quella che "il compito del Giro non era quello di essere cartolina dell'Italia, ma di accompagnare l'Italia, di inseguirla e stimolarla".

 

In questi ultimi anni, Mauro Vegni sta portando avanti eccezionalmente il primo dei lasciti di Torriani. Il direttore del Giro sta offrendo edizione dopo edizione percorsi che hanno reso la corsa spettacolare, incerta, imprevedibile. Eppure nonostante l'ottimo lavoro, si è perso questo contatto simbiotico: l'Italia del Giro è un'Italia che funziona, che porta gente in strada e davanti alla televisione, ma che si è distaccata da quella percepita. E questo distacco, emozionale, rende il Giro, forse, meno appetibile. Perché in fondo il ciclismo rimane un romanzo in bicicletta, dove i soldi hanno sempre più un peso, certo, ma dove questi, oltre che a seguire l'audience televisiva e il prestigio pregresso, si dirigono anche verso quelle gare nelle quali c'è una narrazione da inseguire, da pubblicizzare.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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