Far di tutti i ciclisti un fascio di delinquenti

Nel 2016 a Londra Charlie Alliston investì una donna che morì dopo poco tempo. Il tribunale lo ha condannato ieri per lesioni gravi. Esasperare un fatto di cronaca per sottolineare la pericolosità della bicicletta in città è però pretestuoso

Far di tutti i ciclisti un fascio di delinquenti

Foto di Alexander Baxevanis via Flickr

Era il 12 febbraio del 2016 quando Charlie Alliston, allora diciottenne, investì una donna di 44 anni su Old street, nel centro di Londra. La donna cadde, venne trasportata d'urgenza in ospedale dove morì pochi giorni dopo. Il ragazzo era stato accusato di omicidio colposo. Ieri il tribunale di Londra ha condannato il ragazzo per aver causato gravi lesioni personali alla donna e per guida pericolosa, assolvendolo però dall'accusa di omicidio colposo. La difesa dell'avvocato del ragazzo, che insisteva nel dire che la donna stesse camminando mentre scriveva al cellulare e non si sia accorta delle ripetute grida di Allison che le chiedeva di spostarsi, non ha retto davanti alla corte. I giurati infatti, pur prendendo in considerazione questo, hanno impugnato il Road Traffic Act del 1988, nel quale si fa riferimento che le biciclette devono essere muniti di freni per poter circolare. Freni che non erano presenti nel mezzo di Allison: le bici a scatto fisso infatti, essendo munite di pignone fisso, cioè che segue il movimento del mozzo della ruota posteriore, possono essere fermate anche senza l'ausilio dell'impianto frenante, forzando la pedalata nel senso contrario alla marcia e diminuendo quindi la velocità, anche in modo deciso.

 

Quanto accaduto a Londra sarebbe facilmente classificabile come cronaca locale, come un normale incidente stradale, se non fosse il primo caso di morte di una persona in Inghilterra a causa di un investimento da parte di una bicicletta e di condanna di un ciclista per lesioni gravi. Era una cosa che prima o poi sarebbe potuta accadere. I ciclisti urbani nel Regno Unito, secondo il Department of Transport, sono cresciuti del 23 per cento negli ultimi dieci anni, salendo a 1,3 milioni che rappresentano l'1,3 per cento del traffico complessivo (a Londra raggiungono il 2,3). Se aumentano le bici in strada aumentano anche le occasioni nelle quali possono essere coinvolti in incidenti stradali. E' un fattore statistico.

 

Riportare però il fatto senza tenere conto del contesto, come è stato fatto da parte della stampa inglese (Sun e Daily Mail su tutti) e dalla maggior parte della stampa italiana, sottolineando invece la pericolosità delle biciclette in città, specie se a scatto fisso, e l'indisciplina dei ciclisti, come se tutti coloro che si muovono in bici fossero dei Charlie Alliston, è un tentativo di depistaggio da un problema che esiste, ma che è non è quello proposto dai media: la convivenza in città tra i vari mezzi di spostamento, siano essi a motore o elettrici, oppure a trazione umana. E il contesto parla di una Londra che negli ultimi diciassette anni, grazie anche al tentativo di modifica della mobilità urbana dell'ex sindaco Boris Johnson (tra il 2008 e il 2016), ha visto l'aumento del 119 per cento di traffico in bicicletta, una diminuzione del 15 per cento di traffico automobilistico e una diminuzione degli incidenti di circa il 20 per cento negli ultimi dieci anni. Risparmio in costi sanitari: elevato, circa il 3 per cento, come sottolineato dal report Travel of London. Risultati del tutto simili a quelli tedeschi: negli ultimi dieci anni il traffico automobilistico nelle dieci più grandi città della Germania è diminuito di quasi dieci punti percentuali, quello ciclistico aumentato di circa il 20 per cento, il risparmio sanitario totale si è attestato a circa mezzo punto di pil. Statistiche che conoscono bene i paesi del nord Europa e che portarono a dire a Els Borst, ministro della salute olandese tra il 1994 e il 2002, che "un cambiamento della mobilità che riportasse al centro di questa l'automobile sarebbe un danno incalcolabile in termini sia di vite umane che di costi sanitari per il paese".

 

Non è solo questo, non solo un discorso generale sull'opportunità di favorire un diverso modello di mobilità. Se si considerano infatti il numero di incidenti che hanno visto coinvolte le biciclette a Londra è facilmente osservabile come il pericolo per i pedoni sia pressoché nullo. Nel 2015 furono 136 le persone ad essere morte in strada nella capitale britannica, 66 pedoni, 9 ciclisti, 56 tra motociclisti e automobilisti; ci furono inoltre 2,092 feriti gravi, 730 pedoni, 387 ciclisti, 854 tra motociclisti e automobilisti. Nessuna morte era stata causata da un incidente tra ciclisti e pedoni, solo in un caso una persona era stata gravemente ferita dallo scontro tra una bici e un pedone.

 

Le statistiche evidenziano come non esista nessun pericolo legato all'utilizzo del mezzo a pedali. Anzi, è vero il contrario.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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Commenti all'articolo

  • AndreaQualunque

    28 Agosto 2017 - 10:10

    Basta leggere il commento di cui sopra, per rendersi conto, caro Battistuzzi, che la nostra è una battaglia persa. Con i ciclisti è comodo fare di tutti in fascio di delinquenti. In nome del sogno futurista e d'Annunziano che fa capo al mito dell'automobile. Ancora là stiamo.

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  • luigi.desa

    24 Agosto 2017 - 18:06

    Caro Battistuzzi ,io sono da sempre sono terrorizzato quando devo sorpassare un ciclista .In genere per loro non esiste il CdS e qualcuno ha anche un atteggiamento arrogante che dice 'la strada prima è mia'.

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