Luciano Berruti e la metafisica della bicicletta

L'estate, le strade sgombre e una domanda: lasciare la bicicletta in un garage, per sempre, può essere lo stesso che lasciare la vita?

Luciano Berruti e la metafisica della bicicletta

"Solo", Mario Schifano, 1984

"Vorrei morire come Luciano Berruti, sulla mia bicicletta, e invece...". E invece il tempo passa, come gli anni da trascinare sulla schiena, ora più curva di un tempo, o sulle ossa, "divenute più fragili", e allora "niente più bici, me lo ha imposto il dottore, che poi è mio figlio". "Vorrei morire come Luciano Berruti, perché nella mia vita ho sempre e solo pedalato e ora che non posso più prenderla mi viene il magone". E questo nonostante, o forse soprattutto, una gioventù d'atleta e per dieci anni pure professionista, migliaia e migliaia di chilometri percorsi ogni anno, e "una decina di vittorie, ma quelle non contano niente". Le labbra si muovono piano mentre gli occhi guardano verso l'infinito, come ci fosse una platea immensa davanti, un pubblico grande come il panorama che da Monte Mario raggiunge tutta Roma e oltre. "Ho settantacinque anni e ho pedalato per almeno settanta. Poi mi dicono che non posso più farlo. Mannaggia a me quando ho fatto studiare mio figlio".

 

Lasciare la bicicletta in un garage, per sempre, non può essere lo stesso che lasciare la vita. Viene spontaneo pensarlo. Viene naturale pensarlo. Eppure quegli occhi raccontavano un'altra cosa. Un'altra storia. Che diventa immagini in racconti di epoche passate mescolandosi ad altri di giorni recenti che si muovono cadenzati pedalata dopo ogni pedalata, allo stesso modo, da sempre. Perché saranno cambiati anche i telai, più leggeri, i cambi, al manubrio, ma il pedalare è sempre lo stesso ed è un seguirsi di pianure e di salite e di discese, di fatiche che attanagliano i muscoli delle gambe e accelerano e comprimono i polmoni.

 

Lasciare la bicicletta in un garage, per sempre, non può essere lo stesso che lasciare la vita. O almeno così sembra. Ma se una vita la si è passata pedalando allora la bicicletta diventa dimensione di questa, un filo conduttore che è difficile tagliare, impossibile recidere senza recidere parte di tutto il resto.

 

Lo si può non capire mai fino in fondo. La strada davanti che sale, le macchine che sfrecciano affianco, la domanda che viene ogni volta che si sale sulla sella e si inizia a mulinare le gambe, "ma chi me la fatto fare". Lo si può comprendere per caso, come fosse un'epifania, in un giorno di agosto che il sole è lontano da raggiungere lo zenith e l'aria fresca del mattino avvolge tutto e si è da soli, nel bel mezzo di una calma mai vista e sentita, almeno lì su quelle strade già percorse decine e decine di volte, tra sfondi che si sa già come si evolveranno. Le domeniche d'agosto però sono domeniche di mare e di bagni, di uomini e donne che vanno lontani dai soliti luoghi. Il già conosciuto cambia in deserto, le strade sono lingue d'asfalto che sono un sibilio di pneumatici e foglie mosse dal vento e rumori di bosco e click di catena che sale o che scende dai pignoni. La solitudine diventa abbandono e anche il solito scudo dell'attenzione, che non è altro necessità di sopravvivenza, si abbassa, diventa muto. I pedali si muovono e non ci si accorge del loro movimento, come non ci si accorge del resto, della strada, delle buche, della fatica. E' uno stato di assenza che ti invade, che stranisce, perché mai lo si è provato. E' assenza, ma lucida, in movimento, ma non percepito. Yin e yang. Trascendenza e immanenza. Metafisica.

 

"Nella notte mi ritrovai a pedalar sull'argine del fiume verso Ravenna. Lì mi persi. Mi persi ma non di strada, di me. Non ricordo che feci, non ricordo la strada che percorsi, solo che il velocipide andava. Su di lui trovai una pace assente", scrisse Alfredo Oriani che il Novecento era agli albori e la bicicletta un mezzo considerato ancora demoniaco.

 

"Vorrei morire come Luciano Berruti, sulla mia bicicletta" e sembra idea folle, assurda, ma nemmeno poi tanto. Dipende dalla vita che si è pedalato. Quei mormorii di un anziano che racconta il passato e sente un'ansia rassegnata per il futuro, sono però un piccolo mondo che ogni tanto si riaffaccia, appare, forse è pazzia, ma non per tutti. Un piccolo mondo che continua a esistere per qualcuno.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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