Froome a tempo di Tour. Bardet è un noir di Izzo

Maciej Bodnar vince l'ultima cronometro della corsa francese, che incorona l'inglese. Landa per un secondo non toglie il podio al corridore francese. Aru chiude quinto. Ed è un grande risultato

Froome a tempo di Tour. Bardet è un noir di Izzo

Foto LaPresse

Il Velodrome di Marsiglia ritrova le sue origini, ossia il ciclismo. Lo ritrova il giorno del canto del cigno del Tour de France, la penultima tappa, l'ultima buona per cambiare il cambiabile. I corridori sfilano uno a uno, cronometro, riedizione moderna della sfida antica dell'uomo contro il tempo. I corridori navigano in un mare di asfalto e di acqua rarefatta, umidità. I corridori navigano e altro non possono fare, ché si scala la salita della Nostra Signora della Guardia, protettrice dei naviganti. Si naviga in acque mosse e altro non potrebbe essere con la fatica che bacchetta i polpacci dei ciclisti e offusca la vista.

 

Acque nelle quali trova naturale dimensione Chris Froome, che di giallo vestito divora strada e avversari, con il suo andazzo che è un insulto all'eleganza, ma tremendamente efficace, decisamente superiore a qualsiasi altro avversario avezzo alle corse a tappe. Il britannico nato in Kenia è furia e ritmo, non perde un battito e diventa addirittura macchia. Ovviamente gialla, inaspettattamente alle spalle di chi lo precedeva, Romain Bardet. Al traguardo è terzo, dietro a Maciej Bodnar, cronometrista di lotta e lavoro sporco; dietro a Michał Kwiatkowski, gregario di classe eccezionale; ma davanti a tutti gli altri. Primo e maglia gialla e quarto Tour e questa volta combattutto, limato, sofferto. Ma vinto. Ancora. Al di là dei buuu dello stadio prestato dal calcio e che dal calcio ha mantenuto l'insofferenza per il migliore. Perché Chris Froome può non piacere, può essere poco mediatico e un po' paraculato per avere la squadra nettamente più forte, ma ha la giustificazione, infinita, di trovarsi sempre davanti. Il giorno che verrà battuto per grazia della santa salita sarà festa, e speriamo sarda o siciliana. Quel giorno però non è ancora arrivato. E questo è palese.

 

Acque nelle quali invece affoga Romain Bardet, che è colibrì di montagna, un ballerino delle cime montane, che a livello del mare viene schiacciato dall'alta pressione, dal peso delle onde. Il francesino s'incaglia tra gli scogli del Mediterraneo, alla deriva, battente bandiera bianca, suo malgrado entra in un noir di Izzo. Tra i rintocchi del cronometro perde il ritmo della pedalata e abbandona quel secondo posto che aveva conquistato tra Pirenei e Alpi e prima tra Vosgi e massiccio del Giura. Terzo alla fine, ma con brivido. Perché solo un secondo lo avvantaggia da Mikel Landa, che è corridore eccellente, ma legato da catene di squadra, gregariato, sacra dimensione del ciclismo. Chapeau.

 

Acque festose per Rigoberto Uran che supera l'enfants du pays e si gode un secondo posto che sembrava utopia a inizio Tour, ma è risultato nelle corde di un corridore eccellente, forse troppo simpatico per essere davvero creduto. Uran non è un attaccante, o meglio lo sarebbe, ma nel suo ridente realismo. Sa chi è e cosa può dare. E sa che Froome e Bardet sono ascendenti, mentre lui meno. Un treno di talento sopraffino, ma molte volte troppo distratto per far male. Il suo è stata una corsa di inseguimento, ma preciso come nessuno. Secondo. Ed è un forza Ciccio, spassionato, di cuore. Applausi.

 

Acque che male non fanno a Fabio Aru che è ventesimo contro il tempo e quinto in classifica. Conferma e applausi. Perché per Su Ventu è stato un anno pessimo, che gli ha fatto perdere un Giro con un ginocchio che era un melone, una guida e soprattutto un amico, Michele Scarponi (che manca e non solo ad Aru), una squadra, perché Fulgsang e Cataldo a casa a metà Tour sono un peso non da poco nell'economia di una corsa. Aru quinto è stato spettacolo, perché unico a bacchettare Froome, perché unico a essere ascensione spettacolare e tricolore. Aru quinto è ottima cosa e un bellissimo orizzonte. Come quello di Marsiglia, con il sole che cuoce il Vieux Port che aspetta il ritorno, inesorabile, del Mistral.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    23 Luglio 2017 - 12:12

    Vince Froome ma per quanto mi riguarda sono deluso da questo ciclismo. Bisogna attaccare , altro che fare i programmatori. Se Bardet avesse attaccato con convinzione in salita e anche in discesa la situazione avrebbe potuto essere diversa. Aru per il vero in occasione della maglia gialla ha fatto uno scattino. La favola della squadra forte per Froome non regge. In passato, anche se poi ci sono quelli che parlano di un ciclismo drogato allora, il che è tutto da dimostrare, o grandi campioni non avevano grandi squadre. Poi una questione che non è stata sottolineata da nessuno i migliori avversari di Froome, Porte, Valverde, etc, sono stati eliminati dalle cadute.

    Report

    Rispondi

Servizi