Al Tour l'equilibrio è un soffio di vento

Verso Romans-sur-Isère la Sky prova a creare il ventaglio buono. Aru, Uran e Bardet resistono, Martin, Contador e Meintjes si fanno fregare, l'australiano batte tutti allo sprint. E domani iniziano le Alpi

Al Tour l'equilibrio è un soffio di vento

Marcel Pagnol guardava il porto di Marsiglia e da lì trovava le idee per le sue sceneggiature e suoi film. Aspettava il vento per capire quel che doveva fare, se restare in città oppure evitare l'agonia e salire in collina, non in Provenza però, più su verso l'Isère, che "l'aria è migliore e il vento più umano". Umano ma sempre presente, duecentonovanta giorni all'anno, almeno questo dicono le medie del servizio metereologico francese. Umano per un uomo di pensiero e di lettere, che guardava lo scirocco soffiare sulla valle dalla sua dimora estiva, o il Maestrale fiondare aggressivo sui paesi e poi divampare in incendi e soffocamenti giù verso la sua città, Marsiglia. Meno umano è pedalar su quelle valle, con raffiche a oltre cinquanta chilometri orari che scuotono il grano e gli alberi della Drôme e le bici dei corridori del Tour de France, che sventagliano sull'asfalto alla ricerca dell'appiglio giusto di una scia amica per non disperdersi sul percorso e lasciare sull'asfalto secondi e minuti. Quelli smarriti da Daniel Martin e Alberto Contador e Louis Meintjes, quelli che è riuscito a evitare Fabio Aru, ricucendo di persona il ventaglio della Sky, che voleva far volare Chris Froome in una posizione più salda, con più vantaggio e meno patemi. Missione riuscita in parte, ma non per quanto riguarda i tre che gli soffiano sul collo ogni tappa: il sardo, Romain Bardet e Rigoberto Uran non hanno perso un metro, alle spalle del team britannico sono stati e non si sono mossi.

 

Verso Romans-sur-Isère il colpaccio non riesce, rimane la corsa. Rimane Daniele Bennati che prova l'allungo, tenta l'ultimo stadio della sua trasformazione: da velocista a uomo indispensabile, sino a finisseur vincente. Nulla da fare. Vince lo sprint, vince Michael Matthews, australiano di velocità e determinazione, capace di sopportare la fatica meglio di altri e conservare lo spunto buono per attaccare il rettilineo d'arrivo. Matthews fa fuori di squadra e di ritmo Kittel, Bouhanni, Groenewegen, ossia molto del meglio rimasto in volata, che l'arrivo è solo un miraggio. Poi per gli altri basta lo scatto finale, quello in piedi sui pedali alla ricerca della massima velocità.

 

Matthews il vento lo sa cavalcare. Glielo ha insegnato la sua terra, l'Australia, glielo ha insegnato la sua prima squadra, la Rabobank, Olanda, glielo ha insegnato l'esperienza. Per altri è stato muro, per lui rampa. Rampa come quella che sarà l'Isère verso le vette del Tour. Domani c'è il Galibier, dopo domani l'Izoard, nel mezzo tutte le speranze di sette uomini in due minuti, quattro in meno di trenta secondi.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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