L'autostrada Sky spazza i Pirenei. Poi Aru e Bardet spiazzano Froome

Lo scalatore sardo conquista la sua prima maglia gialla a Peyregudes che assiste alla vittoria del corridore francese. Froome in difficoltà sul muro finale

L'autostrada Sky spazza i Pirenei. Poi Aru e Bardet spiazzano Froome

La bruma che avvolge il movimento cadenzato dei corridori sul Port de Balés, che rende tutto confuso, mutato, è un salto. Un salto nel Tour de France e del Tour de France, che implica movimento, questa volta ascensionale, che è cambio di scena e di scenario, che dovrebbe essere lotta e duello, ad alta quota e di alta classifica. Un salto che prelude a quello cromatico che verrà, che sarà un suono secco e duro, Aru, maglia gialla.

 

Pirenei, cime di bellezza desolata, terreno per avventurieri e pellegrini, luoghi di espiazione. Pirenei, che almeno nel ciclismo vogliono dire bici con la forcella rivolta al cielo, non più azzurro, che sbuffano fatica e pendenze tra prati che verdi lo sono ma solamente a tratti, che significano fughe e battaglie a pedali. Almeno così per un secolo. Perché oggi il Col des Ares, il Col de Menté, il Port de Balès, il Col de Peyresourde sembravano autostrade, battute ed esplorate da un manipolo di uomini in maglia bianca tesi a proteggere un lungagnone in maglia gialla. La Sky davanti e dietro tutti quanti. Il riassunto e il senso dei primi quattro Gran premi della montagna pirenaici è stato nient'altro che questo. Chris Froome nella scia dei suoi uomini, poi gli altri, quei pochi capaci di resistere, di stringere i denti e non finire fiato e gambe.

 

La lunga via pirenaica che univa Pau a Peyragudes, seguendo un filo di asfalto di 214 chilometri, si è trasformata in una gara a eliminazione, un lavoro di lima e di compasso, gli strumenti più adatti per mantenere il contatto con la ruota posteriore di chi sta davanti. Un gioco lungo una tappa che si interrompe solo ai trecento metri finali, quando la strada si impenna, diventa muro, la bicicletta si fa corda, il ciclismo arrampicata. Trecento metri che rivoltano classifica e certezze. Indizi di cambiamento, ma nessuna rivoluzione. Romain Bardet che anticipa di un giorno la festa nazionale, che morde l'asfalto verticale, che sbuffa e tira il fiato, allunga il possibile, sorpassa tutti, oltrepassa il traguardo per primo, sfinito, ma non abbastanza per alzare un braccio al cielo, guardarsi indietro, sorridere. Primo.

E i francesi che si incazzano. L'inutile attacco del Monde ad Aru

Il quotidiano francese tira in ballo lo scalatore sardo per essere stato scoperto da Olivano Locatelli e diretto da Beppe Martinelli, figure, secondo i transalpini, "controverse del ciclismo". Chiacchiericcio. E le prove?

Primo come Fabio Aru. Se non al traguardo, almeno in classifica. Maglia gialla, novità assoluta, soddisfazione pazzesca, soprattutto perché per merito e tigna, perché è stato lui a menare per primo, perché è stato il suo scatto a sparpagliare i sopravvissuti al ritmo della Sky, perché è stato dalla sua ruota che la pedalata di Froome si è trasformata da frusta a tormento. Fabio Aru sbuffa e trasforma l'ultima rampa in una faticaccia di gambe, per tutti, e soprattutto di testa, almeno per chi di giallo vestiva, ma non domani. Perché un vento sardo ne ha spazzato le effigi, su béntu.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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