E i francesi che si incazzano. L'inutile attacco del Monde ad Aru

Il quotidiano francese tira in ballo lo scalatore sardo per essere stato scoperto da Olivano Locatelli e diretto da Beppe Martinelli, figure, secondo i transalpini, "controverse del ciclismo". Chiacchiericcio. E le prove?

E i francesi che si incazzano. L'inutile attacco del Monde ad Aru

C'è un problema in Francia, un problema che ha un inizio, ma non ancora una fine. Era il 1985, erano trentadue anni fa, era l'ultima perla di Bernard Hinault. E' da allora sul pennacchio del Tour de France non sventola la bandiera francese. Da allora un corridore transalpino non è mai più salito sul gradino più alto del podio. Nonostante l'ultimo eccellente Laurent Fignon, nonostante Luc Leblance e Richard Virenque, nonostante Romain Bardet, Thibaut Pinot, Warren Barguil, ossia la Nouvelle vague del ciclismo francese, ossia il meglio che la Francia ciclistica ha prodotto da decenni, uomini da corse a tappe, da podio e da attacco. 

Aru è un colpo di giallo in cima ai Pirenei

Lo scalatore sardo conquista la sua prima maglia gialla a Peyregudes che assiste alla vittoria del corridore francese. Froome in difficoltà sul muro finale

Oltralpe si rimane al 1985. Al canto del cigno del più forte ciclista degli anni Ottanta. Allora fu dominio a cronometro e controllo in salita, superiorità eccellente anche se non imbarazzante com'era stato nelle quattro volte precedenti. Un campione per il quale Vincenzo Torriani litigò con Gianni Agnelli pur di portarlo a correre al Giro d'Italia.

 

Era il 1980 e il francese correva per la Renault, squadra non vista di buon occhio dall'avvocato per ovvie ragioni d'immagine: la Fiat sponsorizzava la corsa rosa e veder vincere un corridore sponsorizzata da una casa rivale non sarebbe stato il massimo. Il patron del Giro ignorò i suggerimenti provenienti da Torino e tracciò un percorso perfetto per il Tasso. Che vinse.

 

La rivalità tra Francia e Italia è vecchia come il ciclismo, è partita che era ancora Ottocento, seconda Parigi-Roubaix, Maurice Garin che vince, osannato dalla stampa locale come eroe nazionale, ma formalmente ancora italiano: venne naturalizzato solo nel 1901. Ed è dal 1995, ossia dal ritrovamento negli archivi del municipio di Chalons-sur-Marne che attestava il passaggio di nazionalità, che il ciclismo francese continua a ignorare l'evento. "Non è mai andato giù alla federazione che dopo un lussemburghese, pure un italiano avesse trionfato nella più importante corsa francese", disse circa dieci anni fa Pino Cerami, catanese trapiantato in Belgio e vincitore della Roubaix del 1960.

 

La rivalità tra Francia e Italia è vecchia come il ciclismo e va in scena ogniqualvolta un italiano si affaccia nelle prime posizioni del Tour de France. Salvo rarissime eccezioni: Ottavio Bottecchia, Felice Gimondi, Claudio Chiappucci, Marco Pantani, ma a giorni alterni. Per gli altri se non fu un gioco al massacro, quasi. Un copione che si ripropone anche oggi.

 

Fabio Aru è secondo in classifica, Chris Froome non sembra essere il cyborg degli anni scorsi e gli scatti dello scalatore sardo hanno dimostrato di saper far male a tutti, compreso quel Romain Bardet, l'enfant du pays del ciclismo francese, il ciclista indicato con insistenza dall'opinione pubblica francese come futuro campione. Aru ha già vinto, in cima alla Planche des Belles Filles (e ignorato dalla prima pagina dell'Equipe l'indomani). Bardet no. E questo è bastato per tirar fuori ancora il verso della Bartali di Paolo Conte: "E i francesi che si incazzano / e le palle ancor gli girano". A tal punto che il Monde ha pensato bene di gettare ombre sullo "scalatore che incarna la risurrezione del ciclismo italiano", la cui storia, a dire di Clément Guillou, "rappresenta gli anni bui della bicicletta italiana". Nel quotidiano transalpino emergono personaggi considerate "figure controverse": come Olivano Locatelli, direttore sportivo del Team Palazzago e scopritore di decine di talenti, implicato nel 2003 in quanto avrebbe "distribuito sostanze dopanti a diversi atleti", salvo poi essere scagionato da ogni accusa; come Beppe Martinelli, direttore sportivo di lungo corso, tra i più vincenti della storia del ciclismo italiano, sospettato dall'autore dell'articolo in quanto alcuni suoi atleti furono implicati in vicende di doping; come Alexander Vinokourov, manager dell'Astana, la squadra per cui corre, colpevole di essere stato squalificato per doping nel 2007.

 

Insomma chiacchiericcio. Quello al quale sono abituati gli appassionati di ciclismo al bar, quello del "sono tutti dopati" che viene detto in osteria tra un bicchiere di prosecco e una partita a carte. Quello che la stampa però non dovrebbe seguire. Servono prove, non fango. Servono fatti non accuse prive di qualsiasi fondamento.

 

Ora arriveranno i Pirenei, poi le Alpi, prima della cronometro di Marsiglia che renderà chiaro a tutti se davvero Fabio Aru potrà interrompere il dominio britannico che va avanti dal 2012 con l'unica parentesi di Vincenzo Nibali nel 2014.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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Commenti all'articolo

  • sabina.p

    11 Luglio 2017 - 21:09

    Non ricordo... dov'era Le Monde quando Armstrong vinceva un tour dopo l'altro? Qui si accusa un corridore prima ancora che vinca. Successe anche a Pantani e sappiamo come riuscirono a rovinare un uomo. Prove altrimenti stiano zitti. Per il bene del ciclismo, sport meraviglioso, spero davvero che Fabio Aru sia un vincitore vero.

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  • Giovanni Attinà

    11 Luglio 2017 - 14:02

    Spero che Aru si affermi e batta l'ultra antipatico Froome, ma se vincesse Bardet, per il suo coraggio nell'attaccare, non mi dispiacerebbe.

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