Kittel al millimetro al Tour è un giallo di Simenon

Serve il fotofinish per evitare l'ex equo tra lo sprinter tedesco e Edvald Boasson Hagen a Nuits-Saint-Georges, borgo di cinquemila anime, buon Pinot Noir e un mistero chiamato Mitra (Bouhanni)

Kittel al millimetro al Tour è un giallo di Simenon

Quattromilacinquecento metri di rettilineo sono una prova di velocità e pazienza. Gregari schiena a terra e pedalare, per tagliare vento e fatica ai capitani, un gioco di scie e ruote da limare, di aria da evitare e posizioni da non perdere, una specie di guerra di trincea, di logoramento. Quattromilacinquecento metri di rettilineo sono una distanza che nell'Italia ciclistica non esiste, che era normalità oltralpe, ma un tempo, quando la prima settimana era affare solo per velocisti. Quattromilacinquecento metri sono una rampa di lancio enorme, abbastanza da escludere a priori qualsiasi imboscata dei non addetti ai lavori, abbastanza per diventare un mestiere di precisione. Quattromilacinquecento metri si sono contratti in trenta millimetri, ossia quelli buoni per determinare vincitore e piazzato, ossia quelli che Marcel Kittel aveva in più di Edvald Boasson Hagen. Il tedesco benedice la tecnologia per l'esclusività del successo, il norvegese la maledice, perché un arrivo del genere sarebbe stato ex equo, condivisione, forse compassione, perché è questione di parità di ore, minuti, secondi e centesimi pedalati, perché è questione di fatica fatta alla pari e alla pari conclusa, perché "la vittoria condivisa è una sconfitta più tenera per tutti gli altri", almeno per Jacques Goddet.

Kittel e Boasson Hagen sono riedizione moderna di un mistero antico. Nuits-Saint-Georges è Borgogna per regione e Côte d'Or per dipartimento; è borgo per dimensione e globo per fama; è vino e vino buono, Pinot Noir; è una storia che non si sa quando sia iniziata, ma viene tramandata da sempre. Un mitreo di pochi anni successivo all'anno zero, voluto lì da qualche generale romano, sepolto dalla storia e riapparso con la guerra, riemerso con la scienza, la stessa che si spiega a malapena apparizioni e visioni, misticismo e misterismo. Dal culto di Mitra a quello del mistero, dalla penisola ellenica a quella iberica, cumuli di pietre con iscrizioni disparate, idiomi latini e volgari, spagnoli e francesi e poi ebraici e sanscriti e storie, tante, che partono dal mondo antico e arrivano al 1945, a una bici che percorre la campagna che piomba a terra senza spiegazione, come fosse una attratta da una forza invisibile. Sembra una boutade, una scemenza, era George Simenon. Lo scrittore segnalò la cosa a un amico, che parlò con altri, in un passaparola che raggiunse Parigi, che incuriosì il professor Luka Antinoiki, poliglotta e senza patria, fuggito dalla Grecia, prima di fare altrettanto dalla Germania, da Coventry con scelta tempistica invidiabile, da Madrid e giunto in Francia con la guerra finita e la Sorbonna riaperta. Riprese gli studi del 1939, riscoprì i muri della struttura. Da allora e per vent'anni la gente lì finiva a terra, senza sapere il perché. E non era questione di terreno o acciottolato, non di ghiaia o di campi. La chiesa francese escluse il miracolo, un parroco avanzò l'ipotesi della presenza del diavolo prima di essere costretto ad abbandonare l'abito talare per una questione di donne, tante. In molti lì ci finirono per curiosità, una banda di presunte bestie di satana accusata di orrendi delitti in salsa borgognona fu arresta e rilasciata pochi mesi dopo: il fatto non sussisteva.

  

Il mitreo resta, il suo mistero pure, le cadute si sono arrestate. Dicono fossero una trovata goliardica per richiamare turismo. Dicono fosse un'invenzione di Antinoiki per sponsorizzare la sua ricerca. Dicono fosse tutto uno scherzo di Simenon. Ne dicono tante, ma in fondo va bene così: aumenta il fascino del luogo, fa apprezzare meglio i profumi eleganti del Pinot Noir. Rende evidente il paradosso, quello che riguarda Nacer Bouhanni, che ad ogni volata sgomita e mena, fa a spallate e picchia rivali e gregari, rimando comunque in piedi, con le ruote ben salde al suolo.

 

  

P.s. momento amarcord. Vent'anni fa Cipollini vinceva così la seconda tappa del Tour.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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