La lunga strada di Davide Nicola, il forzato della salvezza

L'allenatore del Crotone aveva promesso di raggiungere Torino dalla Calabria in bicicletta in caso di permanenza della squadra in serie A. Una storia che unisce calcio, addii, Bartali, Coppi e un oscuro corridore di inizio Novecento

La lunga strada di Davide Nicola, il forzato della salvezza

Foto LaPresse

Per risalire l'Italia in sella a una bicicletta bisogna avere una valida ragione. Un Giro d'Italia da vincere o finire, una scommessa persa (o vinta), un voto fatto, Per Grazia Ricevuta. Spesso però la valida ragione è solo e soltanto la bicicletta, il pedalare, la missione della sofferenza, quello strano e sadico paradosso che porta a essere sereno solo con il fiato spaccato e le gambe in fiamme. Ci si prende ferie e si parte, si risale o si scende, si va indipendentemente dalla direzione, dalla meta, dal percorso tracciato o solo pensato.

 

Da Crotone a Torino i chilometri sono circa settecento in linea d'aria, oltre milletrecento a seguire la costa adriatica e a tagliare in due la pianura padana, millecinquecento se alla risalita ci si aggiunge qualche tappa intermedia a ricordo di quanto è passato. Quelli che ha percorso in nove giorni Davide Nicola, di professione allenatore del Crotone, arrivato ieri allo stadio Filadelfia, sede storica del calcio granata, stadio che fu del Grande Torino, quello del Bacigalupo-Ballarin-Maroso-Grezar-Rigamonti-Castigliano-Menti-Loik-Gabetto-ValentinoMazzola-Ossola, mandato a memoria dai tifosi di allora e da quelli di oggi, quello che è diventato mito senza neppure invecchiare perché scomparso in un pomeriggio di pioggia e nebbia sul Santuario di Superga.

 

Quelli suppergiù che si sciroppò Guido Cocozza oltre un secolo fa, in un aprile del 1910. Era partito dalla Sicilia diretto a Genova con la sua bici e l'obiettivo di correre il Giro d'Italia che partiva il 18 maggio da Milano. Una tempesta rischiò di affondare la nave che in Calabria si fermò e lì avvisò tutti che ci sarebbero volute due settimane per riparare i danni. Troppo per Cocozza che decise che di tempo per star fermo non ne aveva e così risalì la penisola su di una bicicletta di venti chili e un solo rapporto. Nel capoluogo meneghino ci arrivò dopo ventidue giorni di pedalate. Il giorno prima della corsa però venne preso sotto da un tram, si ruppe un polso e dovette rinunciare al suo sogno. A Milano quanto meno incontrò il giornalista Mario Borsa che oltre a raccontare la sua storia in un articolo sul Secolo convinse il direttore della Gazzetta dello Sport Eugenio Costamagna a contribuire a pagargli il viaggio di ritorno in nave.

 

Al contrario di Cocozza, Davide Nicola il suo giro dalla Calabria al nord Italia (con il patrocinio dell’Associazione italiana familiari vittime della Strada e della Federazione Italiana Amici della bicicletta) non l'ha fatto per inseguire un obiettivo, ma per mantenere una promessa. Era il 7 aprile e prima della partita con l'Inter ai microfoni disse: "Se dovessimo conseguire la salvezza e mantenere la serie A, tornerò a Torino in bici". Sembrava una cosa impossibile, la classica frase detta più per disperazione che per reale convinzione. Mancavano otto giornate, il Crotone aveva vinto contro il Chievo la settimana precedente e i punti da recuperare all'Empoli erano cinque. Non troppi per sperare, abbastanza per considerare la questione salvezza se non disperata, quanto meno compromesse. Contro i nerazzurri arrivò la vittoria, all'ultima giornata la permanenza in serie A.

 

Per questo Davide Nicola è partito. Per una parola data che non poteva essere tradita, perché il viaggio sarebbe stato espiazione di promessa fatta davanti alle telecamere e forse a se stesso. Ma qui il calcio non conta. Conta un passato impossibile da dimenticare. Conta un figlio andatosene per sempre su di una bici tre anni prima. Conta la possibilità di utilizzare un dolore lancinante sempre presente per tentare di far cambiare le cose o quanto meno di sensibilizzare sul tema, quello della sicurezza stradale.

 

Conta soprattutto che la bicicletta è "medicina, soprattutto quando accade qualcosa per cui si incolpa proprio la bicicletta, quando sembra che l'è tutto da rifare, ma da rifare non c'è niente perché tutto è andato". Lo fu per Gino Bartali quando il 14 giugno del 1936 perse il fratello Giulio, investito da una macchina nel corso della Targa Chiari, una corsa per dilettanti in Toscana. Ginettaccio dopo quel giorno si chiuse in casa, non voleva più correre. Lo provarono a convincere a tornare in sella, ma lui rifiutò, allontanò tutti, anche la possibilità di un futuro vincente e glorioso. Appese la bici in cascina e lì la lasciò. Ci volle un incubo e il suo richiamo, ci volle un mattino di luglio e un pensiero fisso: farlo per lui. Ci volle un'uscita, due giorni "a pedalare e frignare per Toscana e Umbria, poi su fino al Po, per vedere le barche risalire tra le sponde e capire che la bici rimette a posto il cuore", raccontò a Fausto Coppi – lo ricordò Andrea Carrea a Bruno Roghi, ex direttore della Gazzetta dello Sport –, dopo la morte di Serse, il fratello adorato dal Campionissimo.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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