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Islandesi, vichinghi tenaci

Il presidente islandese ha scatenato una crisi istituzionale e internazionale perché non vuole restituire i soldi che gli inglesi e gli olandesi avevano investito a tutela dei loro risparmiatori andati allegramente a investire in Islanda. L'Europa – che se può dire una cosa sbagliata tendenzialmente la dice, se può usare le sue leggi antiterrorismo a sproposito lo fa, se può usare frasi come "diventerete la Cuba del nord" le usa– mette in discussione l'ingresso dell'Islanda nell'Ue per questa irriverenza nei confronti di paesi membri. Ora, gli islandesi sono stati di un'irresponsabilità cosmica (il presidente andava dicendo un paio di anni fa che la sua gente sa correre rischi e assumersi responsabilità, e non era vero), ma in periodo di vacche grasse né gli inglesi né gli olandesi si sono preoccupati di segnalare che c'era qualcosa di strutturalmente sbagliato in un sistema che sputava fuori ricchezza senza chiedere niente in cambio. Quando il sistema islandese è appunto collassato, inglesi e olandesi sono corsi a sostenere i loro cittadini – persone adulte, persone avvertite, persone che, tanto quanto i loro governi, avrebbero dovuto capire che da qualche parte c'era un trucco – coi soldi pubblici e ora chiedono il conto. La lezione che vogliono impartire inglesi e olandesi qual è? Che non bisogna interrogarsi troppo sui facili guadagni, tanto anche se va male arriverà il governo a salvarti e poi il conto sarà spedito all'estero. Noi qui si sta con gli islandesi, che pagano il proprio conto – comunque salatissimo, stan tornando tutti a fare i pescatori, quei banchieri improvvisati – e non quello di tutti. Appuntamento al referendum del 20 febbraio.

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