Caporetto, la vittoria della sconfitta

La dodicesima battaglia dell’Isonzo è diventata parola, marchio, stigma. Ma la caduta è indispensabile per comprendere la vita

Davide D'Alessandro

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Caporetto, la vittoria della sconfitta

Caporetto. Foto tratta da lastampa.it

Caporetto. Caporetto 100 anni dopo. Caporetto, la dodicesima battaglia dell’Isonzo, non è solo il ricordo di una battaglia, di una caduta, di una sconfitta, di una disfatta. Caporetto è diventata una parola e, con quella parola, un marchio, uno stigma. Non c’è niente di peggio, si è detto e scritto più volte, di una Caporetto. Eppure, guai se nella vita di ognuno non ci fosse almeno una Caporetto. Solo se vivi una Caporetto, comprendi cos’è la vita, il suo valore, la salita infinita, senza cima. Se la vittoria ha moltissimi padri, la sconfitta è orfana, ma è la sconfitta, c’illumina Cioran, “ad apportare una visione più precisa di noi stessi”. Non so se lo scrittore rumeno, scrivendo l’aforisma, avesse in mente il principe Andrej di Guerra e Pace, la cifra di una riconsiderazione autentica del limite, ma so che la sconfitta ci impone una riflessione accurata, un’analisi senza sconti, essendo una domanda rivolta all’interno contro la baldoria del fuori, di chi festeggia inebriato l’ultimo successo.

La sconfitta è un appuntamento con il limite, una riduzione, con le parole di Remo Bodei, “di quel delirio di onnipotenza, di vertiginosa autoesaltazione spinta al punto di negare che, in linea di principio, esistano limiti invalicabili”. Cesare Pavese in La casa in collina va oltre e si china sui morti di entrambi gli schieramenti durante la guerra civile italiana, come Vasilij Grossman dedica l’attenzione ai russi sotto il regime sovietico e ai tedeschi sotto il regime nazista, vittime delle tragedie ideologiche del Novecento. I vinti non hanno colore, non hanno etichetta. Sono bianchi, neri e rossi, racconta Giampaolo Pansa nel suo ultimo libro.

Caporetto, di Alessandro Barbero, edito da Laterza, è una corposa ricostruzione dell’evento che restituisce al lettore il dramma della sconfitta, i tanti errori dei comandi, gli uomini che dicono addio alla vita poiché “dietro le uniformi ci sono uomini in carne e ossa, diversi l’uno dall’altro come il giorno dalla morte”, ma accomunati nella caduta. L’esergo è affidato a una nota di Giuseppe Prezzolini: “Se volessi esprimermi paradossalmente, direi che Caporetto è stata una vittoria, e Vittorio Veneto una sconfitta per l’Italia. Senza paradossi si può dire che Caporetto ci ha fatto bene e Vittorio Veneto del male; che Caporetto ci ha innalzati e Vittorio Veneto ci ha abbassati, perché ci si fa grandi resistendo a una sventura ed espiando le proprie colpe, e si diventa invece piccoli gonfiandosi con le menzogne e facendo risorgere i cattivi istinti per il fatto di vincere”.

Spesso il vincitore ha il cattivo istinto, quel cattivo istinto che, presto o tardi, lo condurrà alla rovina. Non sa, il vincitore, che la sconfitta lo riguarda, è parte di sé, viaggia con sé anche mentre trionfa. Fin quando c’è lotta, c’è sempre possibilità di sconfitta, ha scritto Kierkegaard. Ma il vincitore non lo sa. Il vincitore non legge Kierkegaard.

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Docente universitario, PhD in Etica e filosofia politico-giuridica, saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, e La vita del potere, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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