Fincantieri-STX: la linea Gentiloni

Carlo Torino

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Fincantieri-STX: la linea Gentiloni

La strumentale ricerca di un presunto conflitto Renzi-Gentiloni. Gli indiscussi meriti della linea governativa.

L’affaire Stx-Fincantieri, e l’incresciosa polemica che viene addensandosi in questi giorni intorno alle tensioni tra il governo Italiano e quello Francese, lasciano emergere il fondo eminentemente ideologico e pregiudiziale con il quale si affronta una questione strategica di politica industriale. Da una parte come dall’altra del campo. Se la postura muscolare di Emmanuel Macron è in teoria comprensibilissima nel quadro della preservazione dei rapporti di forza strategico-militari ­­– anche in seno all'Unione; essa appare invece del tutto ingiustificata se tenuta nei confronti di una potenza amica, alla quale si è legati dal sangue e dalla storia. «La Francia fa il suo interesse», ha affermato con lucidità e consumato realismo politico il segretario del Pd; e la nazionalizzazione dei cantieri, è vero, era «prevedibile» per chiunque. Non prevedibile era d’altro canto il coro di indignazione sollevatosi sulla stampa nazionale, quasi una lontana eco di revanscismo italico, che vorrebbe una linea di assoluta intransigenza verso la Francia. Una tendenzialità sovranista, mai del tutto invisa a certi settori della nostra intellettualità ufficiale, e che trova nel disfattismo polemico la sua intima ragion d’essere, finora meravigliosamente dissimulata sotto la coltre di un vago e provvisorio europeismo. 

Se è vero che l’atteggiamento francese non altro fa che confermare alcuni dei tratti che storicamente hanno caratterizzato la condotta di quel Paese nell’intonazione delle sue relazioni industriali; non deve però sfuggire che il netto contrasto ideale con gli originari propositi di rinascita Europea guidata dalla Francia, pone l’esecutivo d’oltralpe dinanzi ad una stridente contraddizione verso l’opinione pubblica continentale, e di conseguenza  in una posizione di naturale debolezza negoziale che gioverà non poco all’Italia al tavolo delle trattative.

L’abiura totale dei principi declamati a gran voce in campagna elettorale, porrebbe perfino un uomo (Macron) che non ha esitato a riconoscere pubblicamente in Machiavelli il suo maestro ideale, dinanzi a qualche dubbio, forse perfino a qualche rimorso della coscienza; o se si vuole a qualche perplessità di non essere compreso oltre i confini nazionali, di suscitare perlomeno qualche inquietudine a Berlino e a Bruxelles, se non a Washington o a Londra.

E se così non fosse, rimane il dato oggettivo di un governo Italiano saldo nella sua posizione di non cedere, e tutt’altro che remissivo. Bene fanno il ministro dell’Economia Padoan, e quello dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, a segnare il passo ad eventuali concessioni sopra la linea del 51%, pretendendo il pieno controllo della società; e valutando altresì in sede di negoziato anche la possibilità di ampliare la collaborazione al settore militare, dove antecedenti di notevole successo, così come prospettive di una crescita sostenuta nelle commesse, lasciano ben sperare.

Traspare dunque nella sostanza una singolare volontà di trasfigurare fatti e parole, non di rado attraverso sottili allegorie, che insistono nel rappresentare un’Italia estenuata, affranta, quasi “mutilata” nei suoi interessi vitali. E s’è voluto perfino rimarcare strumentalmente una distonia tra le parole di Matteo Renzi e l’operato del governo; elevare differenze di temperamento a contrasti ideologici. Il segretario ha giustamente rilevato che nei consessi Europei prevalgono logiche connesse ai rapporti di forza politica contingenti. È indubitato che in questa fase il peso politico del governo Italiano risenta di una debolezza fisiologica, non per demeriti di Paolo Gentiloni – che s’è condotto con esemplare equilibrio e dignità –, ma in quanto prossimo alla sua scadenza naturale, e minacciato internamente da una forza populista incapace di esprimere un programma di governo credibile, o una classe dirigente qualificata. Ciò nonostante, ricordiamolo, il Governo con la sua condotta ferma e risoluta, mai indulgendo ad accenti di ritorsione, si è acquistato per l’Italia titoli di immensa credibilità da far valere in futuro in Europa.

               

Carlo Torino

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