Perché il nuovo accordo sulla difesa europea conviene all'Italia

Gli interessi di Francia e Germania in campo militare e strategico sono molto diversi e sarà difficile definire progetti davvero “ambiziosi”, ma per quelli italiani è un'opportunità 

Perché il nuovo accordo sulla difesa europea conviene all'Italia

LaPresse/Xinhua

Ieri, a Bruxelles, tutti gli stati membri dell’Unione europea tranne Regno Unito, Irlanda, Danimarca, Portogallo e Malta hanno firmato la notifica congiunta per avviare la cooperazione strutturata permanente (Pesco), come previsto dal trattato di Lisbona. L’obiettivo è creare una collaborazione più stretta in materia militare tra i paesi membri e rispondere alle tendenze isolazioniste degli Stati Uniti di Donald Trump e alla Brexit. “Dopo l’elezione di Donald Trump è importante organizzarci indipendentemente, in quanto europei. Nessuno risolverà al nostro posto i problemi di sicurezza ai confini dell’Europa, dobbiamo farlo da soli”, ha spiegato il ministro della Difesa tedesco Ursula von der Leyen. Per l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Federica Mogherini, si è trattato di un “momento storico”.

  

“L’accordo prevede l’istituzione di un meccanismo che consentirà di portare avanti progetti di investimento, e di decidere interventi operativi coordinati”, dice al Foglio Alessandro Marrone, ricercatore all’Istituto affari internazionali. “Non è una rivoluzione dal punto di vista pratico, nel senso che ieri non è stata decisa la costruzione, per esempio, di un nuovo carro armato europeo, ma il fatto che la Difesa diventi un settore di cooperazione rafforzata è una novità assoluta: non era mai accaduto”. Marrone spiega che è molto importante che, a differenza di quanto accaduto con Schengen o con il Fiscal compact, accordi raggiunti al di fuori dei trattati europei, il settore della Difesa europea nasca già all’interno del quadro istituzionale: “E’ coerente con la politica volontarista, dei ‘piccoli passi’, che ha consentito di avanzare con l’integrazione anche quando non tutti gli stati erano d’accordo”.

  

L’iniziativa era stata avanzata da Francia e Germania, con strategie e obiettivi diversi. Parigi voleva creare un piccolo nucleo omogeneo di stati per coordinare più facilmente le operazioni esterne, Berlino voleva invece un progetto di cooperazione più largo. Vista l’adesione di 23 stati su 28, più di quanti inizialmente aderirono al progetto della moneta unica, è la linea tedesca che ha avuto la meglio. Dopo Italia e Spagna, che si sono dichiarate subito disponibili a partecipare, si sono accodati velocemente anche altri stati europei tradizionalmente meno propensi alla cooperazione rafforzata. Preoccupati dal vicino russo, hanno subito firmato i tre stati baltici; gli stati europei che non fanno parte della Nato, come Svezia, Finlandia e Austria; infine Romania e Bulgaria.

   

A quel punto si sono espressi a favore anche gli stati del gruppo di Visegrad, Polonia Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia. Varsavia, che guida i paesi dell’est più critici con la condivisione degli oneri con gli altri stati, ha probabilmente ritenuto che non ci fosse alternativa all’adesione per evitare di essere tagliata fuori dalle decisioni: “Questi paesi vedono l’adesione alla cooperazione rafforzata come prezzo da pagare per restare nel cuore dell’Europa”, ha detto al Figaro Tomas Valasek, direttore del think tank Carnegie Europe.

  

Ma la regola dell’unanimità con il quale saranno prese le decisioni limita la possibilità di progetti davvero “ambiziosi”, come invece desiderava l’Eliseo. Non è un mistero che gli interessi in campo militare e strategico siano molto diversi. Nel suo discorso di due ore sull’Europa pronunciato alla Sorbona, Emmanuel Macron non ha mai citato il Baltico o il problema che pone la politica aggressiva della Russia in quella regione, mentre grande spazio è stato dedicato dal presidente francese all’Africa e al Mediterraneo, presentati come orizzonte comune di tutti gli stati europei. Eppure, per gli stati dell’est, la priorità è rovesciata. La Germania, alle prese con una Costituzione pacifista che prevede un voto del Parlamento per ogni intervento militare, dovrà adattarsi alle “accelerazioni” nelle procedure decisionali richieste dall’accordo firmato lunedì. Insomma, che la Pesco funzioni davvero è ancora da dimostrare.

  

Il meccanismo, ci spiega Marrone, è in ogni caso in linea con gli interessi nazionali italiani: “Crea un tavolo permanente all’interno del quale sarà possibile pianificare meglio non solo gli investimenti, grazie al fondo europeo per co-finanziare i progetti cooperativi di sviluppo e acquisizione di equipaggiamenti, ma anche gli interventi: la necessità di coordinarsi avrebbe forse evitato un intervento gestito male come quello in Libia nel 2011”. Per l’Italia, continua l’analista, è molto importante partecipare a consorzi europei nell’industria militare, anche perché le aziende italiane sono tra le migliori al mondo, specialmente nell’aeronautica: a Cameri, in provincia di Novara, si assemblano i caccia F-35 di produzione americana destinati all’Italia e all’Olanda, uno stabilimento di eccellenza che potrebbe essere molto utile se l’Europa, come sembra, deciderà di investire in un nuovo caccia europeo per sostituire gli attuali apparecchi.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi