Con l'arresto di Manafort s'apre una nuova fase, ma manca la pistola fumante

Trump si difende dicendo che non c'è prova di collusione, mentre un ex consigliere sospetto ammette la colpa.  Il caso di Tony Podesta

Con l'arresto di Manafort s'apre una nuova fase, ma manca la pistola fumante

Paul Manafort (foto Disney /ABC Television Group via Flickr)

New York. La nuova fase dell’indagine di Robert Mueller è iniziata con l’incriminazione di Paul Manafort e del suo braccio destro, Rick Gates. Manafort è stato un consigliere di Donald Trump promosso per tre mesi a capo della campagna elettorale, dal giugno all’agosto del 2016, e infine sostituito con Steve Bannon. Gli agenti federali che indagano sulla collusione fra il clan allargato di Trump e la Russia hanno chiesto ai due di consegnarsi all’Fbi, cosa avvenuta nella prima mattinata di ieri, e contro di loro sono stati mossi dodici capi d’accusa, fra cui cospirazione ai danni degli Stati Uniti, riciclaggio e frode fiscale. Si sono dichiarati non colpevoli.

 

Le 31 pagine depositate presso il gran giurì del District of Columbia dettagliano con implacabile precisione uno schema criminale fatto di consulenze non dichiarate a vari governi stranieri, innanzitutto l’Ucraina del putiniano Viktor Yanukovich, flussi di denaro su conti offshore, scatole cinesi, aziende fantasma intestate a prestanome che acquistavano immobili negli Stati Uniti poi usati come garanzia presso le banche per ottenere denaro pulito da reinvestire. Si parla di un giro d’affari da 75 milioni di dollari costruito nel corso degli anni e coperto con un’intricata serie di omissioni, menzogne sotto giuramento e documenti falsificati che coinvolgono anche il periodo in cui Manafort era consigliere di Trump. Lobbista spregiudicato e faccendiere di respiro globale, Manafort era in cima alla lista dei candidati a finire nella rete di Mueller. Roger Stone, vecchio alleato di Trump e artefice dell’ascesa nei ranghi di Manafort, del quale era stato socio d’affari, da mesi dice che il cerchio delle indagini si sta stringendo attorno a lui, ma le accuse formalizzate dal team del procuratore speciale per il momento non toccano l’ipotesi della collusione fra Trump e il Cremlino. Manafort e il suo socio vengono presentati nelle carte come truffatori di rango che frequentano gli ambienti meno raccomandabili della geopolitica, ma i capi d’imputazione non toccano direttamente la questione dei rapporti con la Russia. Occorre ricordare che la giurisdizione è vasta: il viceprocuratore generale, Rod Rosenstein, gli ha dato mandato di portare a termine l’inchiesta sulla Russia, concedendogli di indagare “su tutte le questioni rilevanti che emergeranno direttamente dall’inchiesta”. Significa che Mueller ha davanti a sé campo libero, e al tempo dell’istituzione della procura speciale diverse voci, non solo della tifoseria di Trump, avevano fatto notare che forse Mueller aveva troppo spazio di manovra. Questi primi arresti dimostrano innanzitutto l’ampiezza del raggio d’azione di Mueller, e se ne sono resi conto anche i democratici: ieri Tony Podesta, potente lobbista e fratello di John, manager della campagna di Hillary, ha lasciato la guida della sua azienda dopo essere finito nelle maglie dell’inchiesta.

 

  

Trump ha reagito su Twitter dettando la linea difensiva, che subito si è materializzata negli studi televisivi e nelle citazioni anonime dei funzionari della Casa Bianca: “Scusate, ma si tratta di anni fa, prima che Manafort entrasse a far parte della campagna di Trump. Ma perché sotto i riflettori non ci sono Crooked Hillary e i Dems???… Inoltre, non c’è collusione!”. In un ramo separato della stessa inchiesta, ieri si è saputo che George Papadopoulos, ex consigliere della campagna di Trump sulla politica energetica, si è dichiarato colpevole di avere brigato, attraverso un misterioso professore russo ben connesso al Cremlino e una donna che credeva essere la nipote di Putin, per creare contatti diretti fra Trump e funzionari di alto livello del governo russo. La connessione con un vasto sottobosco di facilitatori più o meno accreditati presso il Cremlino era iniziata con l’offerta di “fango” su Hillary, sotto forma di migliaia di email private sottratte dagli hacker russi. Sono i primi due passi della nuova fase dell’inchiesta di Mueller.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Ferny55

    31 Ottobre 2017 - 15:03

    La battaglia sarà lunga e sanguinosa. Le elezioni di medio termine sanciranno il vincitore.

    Report

    Rispondi

  • Giovanni Attinà

    31 Ottobre 2017 - 13:01

    In questa vicenda si registra la solita enfasi anti Trump di gran parte del mondo dell'informazione. In realtà costui deve rispondere di evasione fiscale. Trump può essere simatico o meno , ma non mi pare che sia implicato in questa ichiesta.

    Report

    Rispondi

    • adebenedetti

      31 Ottobre 2017 - 16:04

      Non si preoccupi ci pensano i Ferraresi a implicarlo.

      Report

      Rispondi

Servizi