Molte voci sulle dimissioni di Barzani

Nuova offensiva irachena contro i curdi che, abbandonati da tutti e nemici a se stessi, scendono lungo i gradini dell’umiliazione

Molte voci sulle dimissioni di Barzani

Masoud Barzani (foto LaPresse)

Erbil. Lungo il confine curdo con Siria e Turchia le milizie sciite Hashd al Shaabi hanno attaccato massicciamente le difese peshmerga per impadronirsi dell’oleodotto di Fishkhabur e del valico curdo-turco, l’unico, di Ibrahim al Khalil. Gli scontri sono iniziati prima dell’alba e proseguiti l’intero giorno a Rabia, Zummar, Mahmudiya. Nell’ospedale di Mosul sono stati trasportati 45 miliziani morti e almeno 75 feriti. Sono stati distrutti tre carri armati, uno dei quali era un Abrams, e molti altri veicoli militari. Sul luogo erano presenti da mercoledì i massimi capi degli Hashd al Shaabi, Hadi al Ameri e il suo vice Abu Mahdi al Muhandis – quest’ultimo nella lista americana dei terroristi. Proprio al Muhandis veniva dato per morto nella battaglia: se fosse stato vero, avrebbe segnato una svolta di enorme peso. Un’altra voce voleva che a rimanere gravemente ferito fosse stato lo stesso al Ameri. I capi Hashd al Shaabi si trovavano dentro la ex sede del Puk. Voce per voce, registriamo anche quella secondo cui a prenderla di mira sarebbe stato il fuoco americano.

  

I peshmerga non comunicano le loro perdite, ma a Zummar è morto Wahid Bakozi, comandante dei peshmerga del Pdk a Shingal/Sinjar, culla yazida. A Zummar hanno combattuto a fianco dei peshmerga del Pdk anche gruppi del Puk e del Pkk, il partito dei lavoratori che si ispira a Ocalan. In uno dei tanti video che i peshmerga girano e mettono in rete mentre combattono c’è uno di loro col volto insanguinato che grida che non indietreggerà di un passo. Sono immagini così, che i social oppongono a quelle dei “traditori” o senz’altro dei “politici”. In questo stesso luogo fino a poco tempo fa peshmerga ed esercito regolare iracheno combattevano insieme contro l’Isis. I peshmerga, tanti di loro, si battono valorosamente ma, per così dire, a posteriori. Post res perditas – quando tutto è perduto, o quasi. E’ importante, naturalmente, quel quasi. Fishkhabur, al contrario di quanto pretendono gli iracheni, non si trova nelle “aree contese” censite dall’art. 140 della Costituzione irachena (la cui assegnazione avrebbe dovuto essere decisa da un referendum entro il 2006!) ma dentro il confine curdo del 2003. E’ appena a nord della diga di Mosul, sul Tigri, che in quel punto segna il confine fra Siria, Turchia e Iraq. Passa da lì una diramazione dell’oleodotto che trasporta il petrolio di Kirkuk fino al Mediterraneo di Ceyhan, danneggiata già dalla guerra del 1991 poi dall’invasione dell’Isis. Ora l’operazione militare irachena mira a impadronirsi di tutti i pozzi – c’è praticamente riuscita – e punta sulla pipeline che salti il tratto curdo passando dalla provincia di Ninive.

 

Si combatteva di nuovo ieri anche a mezza strada fra Erbil e Kirkuk, a Prde e a Makhmur, dove i peshmerga sono ritornati in città, dopo averla lasciata agli Hashd al Shaabi senza colpo ferire. Uno solo di questi episodi, se fosse avvenuto nella notte del 16 a Kirkuk, avrebbe cambiato il destino del Kurdistan: non è successo, e il Kurdistan ha perduto in una notte Kirkuk, “la Gerusalemme dei curdi”, e l’onore. Abbandonati da tutti, e nemici a se stessi, i curdi sono scesi lungo i gradini dell’umiliazione che le potenze circostanti gareggiano a infliggere loro. Il governo curdo era arrivato a offrire a Baghdad di “congelare” il referendum per aprire il negoziato: il primo ministro Abadi ha risposto che no, bisogna “cancellare” il referendum, e il ministro degli Esteri turco, Cavusoglu, gli ha fatto eco: e per essere più chiaro non ha nominato il Kurdistan, ma “il Nord Iraq”. Nullo e non avvenuto, né il referendum né il Kurdistan. Il “congelamento” era farina del sacco di Macron, una toppa striminzita per lo strappo aperto dagli elogi all’“operazione” iracheno-iraniana a Kirkuk. 

  

Post res perditas si svolgono, come in un acquario, anche i movimenti diplomatici americani. Conditi dal messaggio della Guida suprema iraniana Khamenei, che ha lodato la saggezza di Abadi, e gli ha raccomandato di “non credere mai agli americani”. I quali, autore primo – si dice – Brett McGurk, inviato-speciale-per-la-coalizione-globale, obamiano e a scadenza, avevano deplorato il referendum consultivo voluto da Barzani e Kosrat con toni così inflessibili da spianare la strada alla spedizione punitiva iracheno-iraniana. Poi, di fronte agli scontati eccessi dei miliziani filoiraniani – che molti curdi chiamano l’Isis sciita – hanno tentato con Tillerson di tenersi in bilico fra Baghdad e Kurdistan, facendosi schernire dagli Hashd al Shaabi e dai loro burattinai iraniani, “sbrigatevi a fare fagotto”. Ora si accorgono che, quando davvero un governo iracheno li avvisasse di sfratto, non avrebbero più dove parcheggiarsi, col Kurdistan dimezzato e diviso. (Hanno una gran base in Qatar, certo…). Ieri i loro elicotteri passati dall’esercito iracheno alle milizie sciite servivano a recuperare i cadaveri sul terreno di Zummar.

 

Sabato il Parlamento di Erbil è convocato per discutere della legge sull’elezione presidenziale. Le voci su una dimissione di Masud Barzani si sono fatte più credibili. Non sarebbero dimissioni, nella sua versione, ma un ritiro di fine mandato: eufemismi utili a salvare la faccia. Ma né Abadi né i suoi colleghi iraniani e turchi intendono salvare la faccia di Barzani, al contrario. Abadi ha i suoi candidati, si dice (qui ha un rilievo nient’affatto trascurabile: la politica comunica attraverso quello che si dice, più che con quello che apertamente dice): Lahur Talabani, il principale responsabile della diserzione premeditata di Kirkuk; Yusef Muhammad, ex presidente del Parlamento curdo, del partito Gorran; o Barham Salih, politico di lunga lena, che si è barcamenato fra la permanenza nel Puk con Kosrat e un suo nuovo partito, per decidersi infine alla seconda scelta. Ci sono i giochi avvilenti dei notabili, le prodezze dei combattenti e anche gli aneddoti edificanti degli scolari: in una terza elementare curda di Kirkuk il maestro turcmeno (curdofono) illustra sul libro di testo le bandiere dei vari paesi arabi. Quando arriva alla bandiera irachena tutti i bambini strappano la pagina. Il maestro lo ha raccontato con una certa preoccupazione.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    27 Ottobre 2017 - 14:02

    Così imparano a stare dalla parte giusta e forse la prossima volta faranno una sonora pernacchia a chi li blandisce.

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