Come si insegna la Brexit a scuola

La lettera di un parlamentare scatena una gran polemica sulle università e i pregiudizi europeisti dei prof.

Paola Peduzzi

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Come si insegna la Brexit a scuola

Foto LaPresse

Milano. Un parlamentare inglese e “whip” del governo di Theresa May ha scritto una lettera a un’università: vorrei sapere i nomi dei professori che insegnano “materie legate all’Europa e in particolare all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea” e i link alle loro lezioni. Il Guardian ha pubblicato la lettera, il destinatario ha detto di essersi sentito un po’ inquietato dalla “richiesta sinistra” e non ha fornito alcuna informazione. Ma da quel momento non si fa che parlare di come s’insegna la Brexit a scuola e del fatto che le università sono i bastioni dell’anti Brexit, e quindi chissà che indottrinamento. Il parlamentare, Chris Heaton-Harris, ha tuittato: “Per essere chiaro, credo nella libertà d’espressione e in un vigoroso e aperto dibattito sulla Brexit”, subito dopo che il governo aveva preso le distanze: Heaton-Harris parla – scrive – come parlamentare, non come rappresentante dell’esecutivo.

        

Ma ormai la miccia era accesa, e come sempre accade con la Brexit – tema troppo complicato e specialistico per volerci capire davvero qualcosa: ci si muove per tifoserie e ideologie, che si fa prima – in un attimo c’era chi parlava di “leninismo” e “maccartismo” da parte del governo e dei brexitari, e questi ultimi che si difendevano: non fate finta di non sapere che la stragrande maggioranza dei professori universitari è contro la Brexit, e avrà modo di spiegarlo diffusamente ai giovani studenti. Il Daily Mail si è intestato la campagna sul pregiudizio anti Brexit negli atenei: ha fatto un elenco di tanti professori che si sono pubblicamente espressi per il “remain”, ha raccolto le testimonianze di studenti pro Brexit “presi d’assalto” dai professori e “paragonati ai nazisti”. Il parlamentare Paul Scully ha detto che a sua figlia universitaria è stato dato da un professore un pamphlet anti Brexit.

   

Il Mail dice che nelle università sono stati organizzati eventi anti Brexit, e uno degli studenti di Vote Leave, Tom Harwood, ha detto: “C’è un’atmosfera preoccupante da pensiero unico nei nostri atenei. Troppi giovani che hanno votato per la Brexit si sono sentiti intimiditi o spaventati nell’esporsi a causa di questa atmosfera pesante di pregiudizio istituzionale”. Secondo le nuove ricostruzioni, le pressioni sono continuate anche dopo il referendum, con un grande attivismo a favore della permanenza del Regno Unito nel mercato unico: se Brexit dev’essere, che sia soft, insomma. Le nostre università sono “dei sostenitori del remain” titola in grande il Mail e chiede l’aiuto dei lettori: se avete sperimentato concretamente il pregiudizio anti Brexit o conoscete qualcuno che lo ha subito, ditecelo. Molti stanno rispondendo, e condividendo le proprie denunce sui social.

      
Il ministro dell’Istruzione, Jo Johnson, ha cercato di ridimensionare la richiesta del parlamentare: i toni della lettera non sono giusti, ma si tratta di un’inchiesta interna alle università che vuole garantire libertà d’espressione e opinione, non sopprimerla. Si sta facendo un caos per niente, mentre le reazioni seguono le linee di divisione che abbiamo imparato a conoscere, sui media e nei vari schieramenti politici. Sembra sempre, in questo Regno Unito che non sta dietro al cronometro che corre, che si sia votato ieri, che non si riesca ad andare avanti nel processo di responsabilizzazione dei cittadini, ma soprattutto del governo. La guerra dei leak e dei retroscena ogni giorno si arricchisce di un nuovo (mesto) capitolo, e si è ancora fermi al punto di partenza: chissà che accordo sarà. O forse, con un passo indietro: chissà se un accordo ci sarà.

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