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Effetti della sfida catalana sugli altri spagnoli

Angela Nocioni

Dall'Andalusia ai Paesi baschi, le comunità autonome temono le concessioni di Madrid a Barcellona. La scommessa della Díaz

Siviglia. Più soldi a Barcellona? E noi? Sul piede di guerra Andalusia, Paesi baschi e Galizia. Temono che Madrid, per ammansire le smanie indipendentiste della Catalogna, destini più soldi a Barcellona e si dimentichi di loro. Al fronte delle regioni che battono cassa, c’è la presidente del governo andaluso, Susana Díaz. Notabile del Partito socialista, ma in questo frangente alleata fedele del premier Mariano Rajoy. Più fedele del già fedelissimo segretario del Psoe Pedro Sánchez, che pur rischiando di perdere per strada la sinistra del suo partito presta la sua faccia al governo per rassicurare la Spagna e l’Europa: “Siamo disposti ad applicare l’articolo 155, è Puigdemont a volerlo, non noi”, ha detto. Díaz s’è sempre giocata la vicinanza a Rajoy per marcare la sua distanza da Sánchez nella guerra intestina per la leadership del partito. E ora è costretta a smarcarsi. A lasciar fare la parte del “fidelissimo” al segretario del Psoe, per curare gli interessi andalusi e soprattutto per tenersi buoni i voti dei socialisti andalusi. E’ nella sua regione che risiede il 25 per cento degli iscritti al partito. Quindi, appena arrivata la notizia delle promesse a Barcellona del ministro spagnolo dell’Industria, Cristóbal Montoro, su “nuovi finanziamenti per la Catalogna”, lei, nel bel mezzo dell’inaugurazione della “Fruit attraction” locale, s’è precipitata davanti alle telecamere con tanto di cestino di frutta in mano per dire: “Ovviamente i finanziamenti ridiscussi dovranno essere quelli per tutte le regioni della Spagna!”.

 

La riforma del sistema di finanziamento delle regioni autonome è da tempo nel calendario politico. La tensione per le rivendicazioni indipendentiste catalane getta ombre sul dibattito. I non catalani non vogliono pagare il prezzo della sfida di Puigdemont al governo centrale. “Il nuovo sistema di finanziamento nasce da un accordo della Conferenza dei presidenti – ha detto la Díaz – l’abbiamo firmato tutti e in maniera unanime, mi permetto di ricordare a tutti che quando si firma un patto poi si deve rispettarlo e ci si impegna a farlo rispettare”. “Vogliamo un sistema di finanziamento giusto per garantire buoni servizi pubblici a tutti i cittadini”. Non solo a quelli che minacciano la secessione, è la postilla implicita della Díaz che, per ora, fa ancora dichiarazioni sfoggiando grandi sorrisi quando pronuncia la parola Madrid.

 

Il ministro dell’Industria non le ha risposto. Non direttamente perlomeno. Al Congresso però, a una domanda del Partito nazionale basco su una richiesta specifica di denaro per i Paesi baschi, ha replicato con un “ya vienen”, ora arrivano i finanziamenti, tranquilli.

 

Ha ragioni concrete Susana Díaz per temere che le pressioni andaluse finiscano per essere inascoltate. Tra il 2009 e il 2015 dovevano arrivare da Madrid 5 miliardi e mezzo di euro che non si sono invece visti. S’è dovuta rimangiare le promesse di 100 mila nuovi posti di lavoro pubblici e di una crescita del prodotto interno lordo. L’Andalusia per di più, a differenza dei Paesi Baschi, teme che il clima infuocato di questi giorni si traduca nel lungo periodo in una marcia indietro delle attenzioni dello stato centrale alle comunità autonome. Teme che finiscano per essere premiate le comunità con lingua propria, i baschi e i galiziani, oltre ai catalani. Che la lealtà alla Costituzione e la fedeltà a Madrid penalizzi l’Andalusia, invece di premiarla. E’ lo spettro delle autonomie a due velocità. Un vecchio incubo per Siviglia.