Tra tweet e incontri, c'è chi tenta di evitare la guerra atomica

La sfornascoop del Washington Post ci racconta come nordcoreani e americani tentano di mantenere la calma lungo il 38° parallelo

Giulia Pompili

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Tra tweet e incontri, c'è chi tenta di evitare la guerra atomica

Corea del Nord, Kim Jong Un presenzia al lancio di un missile Hwasong-12 (foto LaPresse)

Tokyo. C’è sempre una strategia esterna, che prende le misure al nemico e osserva le sue reazioni, e c’è sempre una strategia reale, fatta di nervi saldi, dialogo, e operazioni sotto copertura. Le parole di Ri Yong-ho, ministro degli Esteri nordcoreano, che l’altro giorno ha definito l’atteggiamento americano una “dichiarazione di guerra”, sono finite sulle prime pagine dei giornali internazionali. Ma ieri il New York Times, citando fonti militari, sottolineava che il sorvolo dei bombardieri statunitensi del confine marittimo tra nord e sud della Corea, sabato scorso, è stato volontariamente ignorato dalle autorità nordcoreane, e che l’ordine per i soldati schierati lungo il 38° parallelo è quello di mantenere la calma ed evitare incidenti. Perché l’argine continua a essere sottilissimo. Lo sviluppo della crisi “è preoccupante”, dice al Foglio Anna Fifield, capo dell’ufficio di Tokyo del Washington Post e una delle giornaliste più esperte sulle questioni coreane: “Abbiamo due leader permalosi che prendono gli insulti molto seriamente e si fanno la guerra a parole. È un cambiamento notevole rispetto al passato, quando i presidenti americani evitavano di parlare direttamente del leader nordcoreano. Certo, lo definivano un brutale dittatore – che è vero – ma adesso siamo su un piano diverso, è un antagonismo personale, e questo Kim Jong-un non può ignorarlo”.

   

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Fifield è autrice di numerosi scoop sulla Corea del nord, l’ultimo è di due giorni fa: il governo di Pyongyang nelle ultime settimane avrebbe tentato di organizzare colloqui con esponenti di think tank americani legati all’ambiente repubblicano per studiare una strategia da utilizzare con il presidente Donald Trump. Il regime vuole essere considerato una potenza nucleare, ma farebbe di tutto per evitare una guerra che sa di non poter vincere. Secondo le varie fonti interpellate da Fifield, gli ufficiali nordcoreani studiano ogni mossa della Casa Bianca, dimostrando una “conoscenza ‘enciclopedica’ dei tweet di Trump”. 

      

“Dal punto di vista nordcoreano, il leader è come dio”, dice al Foglio Fifield, che sarà in Italia da domani per partecipare al Festival di giornalismo organizzato da Internazionale e dal comune di Ferrara durante un incontro dal titolo “Ombre coreane”. “Gli attacchi di Trump non sono soltanto attacchi contro Kim ma contro il regime e l’intero sistema nordcoreano. Kim non può ignorare il fatto di essere ridicolizzato, ed è stato incredibile vederlo inviare un messaggio così secco e diretto a Trump. Non lo avevano mai fatto nemmeno suo padre e suo nonno”.

       
L’aumento della tensione tra America e Corea del nord – soprattutto dopo la morte di Otto Warmbier, lo studente americano detenuto nel 2016 da Pyongyang e rimpatriato nel giugno scorso, deceduto pochi giorni dopo il suo arrivo negli Stati Uniti – ha dimostrato che fino a poco tempo fa anche i media dipingevano il paese come una macchietta, senza prendere sul serio la gravità della situazione: “Sì, per molto tempo la gente ha guardato alla Corea del nord come a uno scherzo. Vedevano in Kim Jong-un un personaggio dei cartoni, un ragazzo con un taglio di capelli divertente che attirava su di sé uno strano culto della personalità. Ma ridurre tutto a questo significa perdere di vista la minaccia. E lui pone una seria minaccia nei confronti del mondo, come abbiamo visto dai recenti sviluppi”.

     
In mezzo alla crisi, poi, ci sono Corea del sud e Giappone. Secondo Fifield, perfino Seul sta cambiando rotta: “Il presidente Moon ha preso un approccio diverso rispetto all’engagement che aveva promesso in campagna elettorale”. Ma questo non disturba molto i cittadini sudcoreani, spiega, perché “per loro è l’economia che conta di più, e Moon sta facendo dei progressi da quel punto di vista. Il suo gradimento è calato un po’ ma continua a essere molto ampio, perché per la gente l’importante è che lui non sia Park Geun-hye”, l’ex presidente ora in carcere. “Questa è la sua forza”. Il focus economico è importante anche se parliamo di riunificazione, ma come guardano ai cittadini nordcoreani quelli del sud? “E’ un problema generazionale. Gli anziani, quelli che hanno vissuto la guerra o sono cresciuti con i racconti della guerra, sono più propensi a guardare ai nordcoreani come fratelli e a volere l’unificazione. Ma i giovani sudcoreani, che hanno uno stile di vita ad alta tecnologia e possono acquistare perfino il caffè con lo smartphone, considerano i nordcoreani, che non hanno mai usato internet e hanno uno strano accento, come dei bifolchi. Per loro sono stranieri”.

   
In questo senso, secondo Fifield le provocazioni di Kim Jong-un sono invece un “regalo politico” per Shinzo Abe: “Kim gli sta dando un motivo per fare quello che avrebbe sempre voluto fare: rafforzare il Giappone militarmente e normalizzarlo”. La Costituzione pacifista nipponica, scritta dagli americani nel Dopoguerra, gli permette di avere forze di autodifesa che possono intervenire soltanto in caso di “attacco diretto”. “Ma ora la gente è sempre più preoccupata per i missili nordcoreani, e sempre più persone appoggiano l’idea che il Giappone dovrebbe avere la capacità di attaccare la Corea del nord se necessario. Abe lo sa”, dice Fifield, ed è anche uno dei motivi per cui ha indetto le elezioni anticipate il mese prossimo.

   

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“La divisione della Corea è un’anomalia storica”, dice Fifield. “Per migliaia di anni la penisola è stata un unico paese. E’ stata divisa per oltre settant’anni. Ma ciò che mi colpisce di più, ogni volta che viaggio al nord o al sud, è vedere come rimangano culturalmente le stesse. Voglio pensare che torneranno a essere un unico paese un giorno, ma non vedo segnali: non c’è instabilità in Corea del nord, e non abbiamo idea di come possa accadere. Sappiamo solo che questa divisione continua a essere una tragedia umana”.

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