Merkel, i populismi e il "sovranismo culturale". Parla Maffettone

Si vota "contro" il capro espiatorio. Serve la solidità delle élite

Merkel, i populismi e il "sovranismo culturale". Parla Maffettone

Foto LaPresse

Roma. E’ il giorno dopo la quarta vittoria (non landslide) di Angela Merkel in Germania e dalla Germania all’Italia ci si interroga sul dilagare di populismi, destre e “neonazismi”. Il professor Sebastiano Maffettone, ordinario di Filosofia politica all’Università Luiss Guido Carli, riflettendo su quello che chiama “sovranismo culturale” – fenomeno in stretta correlazione con i nuovi nazionalismi – dice che oggi la riflessione non può prescindere da un fatto: “La democrazia è vernacolare, nasce su un determinato territorio per determinate persone, tanto che come sappiamo è molto difficile da esportare. E la promessa tipica di una democrazia, per dirla con Norberto Bobbio, è sempre più una promessa non mantenuta: promessa di benessere e di felicità che riecheggia di campagna elettorale in campagna elettorale, sul piano locale, mentre fuori c’è un mondo globalizzato”. Ed ecco che il “sovranismo culturale” di cui parla Maffettone si manifesta attraverso un voto “contro un capro espiatorio”: “L’elettore pensa: i governanti non possono mantenere le promesse, è vero, ma è colpa del diverso: una minoranza etnica, politica o culturale, ma anche in alcuni casi una maggioranza. In Germania è colpa dell’immigrato, in Catalogna dei castigliani, in Scozia degli inglesi”. Rovesciando la prospettiva, il problema è prima di tutto di chi si presenta all’elettore: “Più semplice, invece di promettere soltanto il fattibile e il ragionevole, incitare la paura, evocare un fantasma, far sfogare l’ansia contro un pericolo impalpabile”.

 

A monte, dice Maffettone, c’è anche il fallimento di un sogno: quello che la globalizzazione fosse in sé una soluzione: “Dovevamo e dobbiamo capire come governarla, pensando che il problema oggi è soprattutto la crescita”. E però, sul fronte populismi, c’è chi continua a promettere un Eldorado al contrario (vedi la decrescita felice che tanto piace ai Cinque stelle, ma anche l’idea generale che basti consumare meno per risolvere tutti i mali). “Le moderne democrazie hanno due problemi che sono le due facce della luna: etno-nazionalismo di qua, qualunquismo di là. Tutto sembra essere diventato relativo, e sul web tutti sono uguali, in orizzontale: tutti si sentono professori. Ed è una relativizzazione destabilizzante che alimenta il populismo anti élite. L’élite è incolpata di tutto quello che non funziona. E anche se in democrazia le élite si cambiano con il voto, oggi tutte le élite, specie quelle percepite come legate a uno status politico, sono considerate in accordo sotterraneo tra loro, ‘caste’ con i loro interessi consociativi. Il voto anti Brexit è stato anche un voto contro Cambridge, Oxford e Londra”. Ma la destabilizzazione delle élite, dice Maffettone, porta con sé il pericolo dell’incompetenza al potere, “fermo restando che la competenza senza un disegno non è sufficiente”.

 

Come se ne esce? Per Maffettone l’unica via è la “serietà nell’affrontare i veri problemi che la globalizzazione ha posto in questi anni: per esempio la separazione tra produzione e know-how, che può produrre casi come quello cinese. Prima o poi, chi produce fa suo il know-how e ti supera”. Secondo passo per spezzare l’abbraccio sovranista-populista è “la solidità della leadership, perché la democrazia, come già dicevano Platone e Aristotele, è molto complicata. Dietro l’angolo si annidano appunto qualunquismo e demagogia. Come dice un rapporto della Trilateral Commission del 1975, firmato tra gli altri anche da Henry Kissinger – ma che sembra scritto ieri – il ciclo economico e quello politico non corrispondono. Le democrazie sono lente a decidere. E se questa discrasia era evidente 42 anni fa, figuriamoci oggi. E la verità è che oggi nessuno ancora sa davvero che cosa fare e come farlo”.

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