Gli “oboli d'oro" allo Stato Islamico che preoccupano il Quai d’Orsay

Il settimanale Canard enchaîné svela nuovi elementi sullo scandalo del gruppo francese Lafarge lanciato lo scorso anno da Le Monde. L'azienda pagò gli jihadisti per continuare a lavorare in Siria. Che ruolo ebbero il ministero degli Esteri e i servizi?

Gli “oboli d'oro" allo Stato Islamico che preoccupano il  Quai d’Orsay

Parigi. Nell’estate del 2016, il Monde, sganciava in prima pagina una bomba che avrebbe fatto molti danni: tra il 2013 e il 2014, il gruppo francese Lafarge, tra i leader mondiali del cemento, aveva pagato tasse allo Stato islamico, per continuare a far prosperare i suoi affari in Siria (col cementificio di Jalabiya, nel nord del paese), nonostante il conflitto. Le rivelazioni hanno portato alle dimissioni dei due direttori generali del gruppo, Bruno Lafont e Eric Olsen, Lafarge, attualmente, è sotto inchiesta per “finanziamento di un’organizzazione terroristica”, e oggi il settimanale retroscenista Canard enchaîné ha aggiunto ulteriori dettagli sull’affaire di cui parla tutta Parigi, e che preoccupa molto il Quai d’Orsay, sede del ministero degli Esteri.

 

Il Canard ha potuto consultare le “sorprendenti precisazioni” dei protagonisti dello scandalo, esposte agli agenti delle dogane giudiziarie nel primo semestre del 2017. A differenza degli altri gruppi francesi presenti sul territorio siriano, Total, Air Liquide e les Fromageries Bel, che avevano fatto i bagagli dopo pochi mesi dall’inizio del conflitto, il colosso d’oltralpe ha continuato a portare avanti i suoi affari, alimentando una vera e propria “economia di racket”. “Lafarge rappresentava, per migliaia di persone, il solo mezzo di sopravvivenza (…) Non potevamo abbandonarle”, si è difeso Christian Herrault, responsabile di Lafarge per il medio oriente. “Tecnicamente, è un successo e una fierezza dei dipendenti siriani il fatto di aver mantenuto in vita questa fabbrica. E c’era una forte domanda di cemento durante la guerra”, argomenta in maniera alquanto discutibile Frédéric Jolibois, ultimo direttore di Lafarge Siria.

 

Tutto è precipitato nel 2012, quando nove dipendenti alauiti del cementificio di Jalabiya vennero sequestrati dallo Stato islamico. Per il riscatto, come conferma il direttore della sicurezza di Lafarge, Jean-Claude Vaillard, il gruppo pagò 200.000 euro. Non ci fu nessun morto e nessun ferito, ma da quel momento Lafarge fu “costretta” a pagare “oboli d’oro” ai jihadisti e alle varie fazioni locali affinché il proprio cementificio non fosse tormentato. Stando a quanto riportato dal Canard, l’uomo chiave del sistema era Firas Tlass, figlio dell’ex ministro della Difesa di Bashar el Assad. “Il nostro partner locale, Monsieur Tlass, discuteva con le fazioni ribelli e versava un obolo affinché i nostri dipendenti fossero lasciati in pace durante i loro movimenti”, spiega Bruno Pescheux, direttore di Lafarge Siria fino al giugno 2014 (nel dettaglio, come già rivelò il Monde la scorsa estate, il gruppo francese doveva pagare una tassa di passaggio sia per i camion che trasportavano materiali, sia per i veicoli che portavano i lavoratori da Manbij a Jalabiya). Gli emolumenti di Tlass, che coprivano gli “oboli d’oro”, erano di 100.000 dollari al mese, anche se secondo alcuni arrivavano fino a 200.000. Questi oboli, nella contabilità, erano presentati come “spese di rappresentanza” di una società esterna a Lafarge. Su una delle ricevute, Pescheux avrebbe chiaramente riconosciuto il nome Daesh. Totale del compenso? “20.000 dollari”.

 

L’aspetto più imbarazzante della vicenda in cui il Canard ha infilato il suo becco indiscreto, riguarda il ruolo del Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri francese, e dei servizi segreti esterni, la Dgse (Diréction générale de la sécurité extérieure). Secondo il settimanale guastafeste, dai racconti dei dirigenti di Lafarge sulla “situazione surrealista” – così viene definita – in cui si trovavano a operare, è emerso che da Parigi c’era l’ok per continuare a portare avanti gli affari, nonostante i sulfurei clienti. “Abbiamo sempre avuto il sostegno dell’ambasciatore (Frank Gellet, allora ambasciatore francese in Siria, ndr). Monsieur Gellet ci ha sempre sostenuto” dice Veillard. Il responsabile di Lafarge per il medio oriente, Herrault, conferma: “Lo incontravamo ogni sei mesi. Il governo non ci ha mai chiesto di partire e il Quai d’Orsay ci spingeva a restare”, “fortemente”, “nel 2012”. Da parte della Dgse, con la quale Veillard e l’ex direttore di Lafarge Siria, Jolibois, erano costantemente “in contatto”, scrive il Canard, silenzio assoluto, nessun allarme.

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