La May viene a Firenze per dire che fa sul serio con la Brexit

“Transizione” e “status quo” sono diventate le parole chiave per addolcire il divorzio di cui nessuno conosce il costo

La May viene a Firenze per dire che fa sul serio con la Brexit

Foto LaPresse

Pontignano (Siena). Il premier britannico, Theresa May, arriva venerdì prossimo a Firenze per il suo discorso sulla “visione” della Brexit, e le aspettative sono molto alte. Alla certosa di Pontignano, nelle colline senesi, dove si tiene l’annuale convegno anglo-italiano organizzato dal British Council e dall’ambasciata britannica in Italia – siamo arrivati alla venticinquesima edizione, e i veterani raccontano aneddoti sfiziosi sugli incontri del passato, agli esordi c’era il Trattato di Maastricht nei discorsi di tutti, oggi c’è la Brexit, quanto è cambiato il mondo, quanto siamo cambiati noi – si continua a fare riferimento al discorso, riprendendo e commentando quel che hanno scritto alcuni giornali inglesi. Olly Robbins, funzionario del ministero per la Brexit, è stato fotografato mentre usciva due giorni fa da Downing Street con una bozza del discorso sotto al braccio: secondo le indiscrezioni, la May dovrebbe parlare per 38 minuti circa (così dice il calcolo fatto su speechminute.com: non ci si fa mancare nulla), ma a parte la scelta di parlare Firenze, a parte le curiosità su chi effettivamente sta scrivendo il discorso, che cosa dirà, Theresa May?

 

A margine dei lavori, Jo Johnson, ministro britannico per Università, Scienze, Ricerca e Innovazione – è il fratello di Boris, il “Johnson intelligente” come lo definiscono alcuni a Londra – incontrando alcuni giornalisti dice che “il discorso è una grande opportunità per dimostrare ai colleghi e amici europei che il Regno Unito è serio nel voler creare una ‘deep and special relationship” con l’Europa, un rapporto di collaborazione unico e solido. Il premier vuole anche che ci sia “un riconoscimento” dei “rapidi” progressi fatti durante il negoziato, dice Johnson, in modo che si possa iniziare a parlare della “sostanziale questione sul futuro rapporto” tra Londra e Bruxelles dopo la Brexit, garantendo maggior “certezza” ai cittadini e al business europei. Johnson insiste sulle enormi possibilità di collaborazione tra Londra e Bruxelles, ripete che c’è “un interesse comune” che può essere perseguito, come a dire: è necessario cambiare toni e atteggiamenti del negoziato, perché così il rischio di fratture insanabili aumenta.

 

A Bruxelles e nelle capitali europee molti sono convinti che la May voglia ricalibrare la strategia delineata a gennaio alla Lancaster House: allora la May disse che il Regno Unito sarebbe uscito da mercato unico e unione doganale, che il periodo di transizione era da negoziare ma con un’ottica temporale ben definita, per evitare “un purgatorio permanente”, e che Londra era pronta al peggio, “no deal is better then a bad deal”, se la trattativa è vantaggiosa bene, altrimenti usciamo dall’Unione europea senza accordo. Da allora sono però cambiate due cose: la May ha indetto elezioni anticipate a giugno sperando di consolidare la propria leadership e quella dei conservatori e invece ne è uscita con meno seggi e una credibilità compromessa; gli europei hanno smesso di pensare che sarebbero rimasti tramortiti dalla Brexit e hanno iniziato, sempre a giugno, a negoziare in modo molto agguerrito, quasi sprezzante – “tutto quel che diciamo, proponiamo, facciamo non è mai abbastanza per gli europei”, dice una fonte inglese coinvolta nei negoziati. Ecco perché ci si aspetta da May un cambiamento di tono, una maggiore apertura, soprattutto per quel che riguarda l’accordo sul periodo transitorio, che partirà dopo il 29 marzo del 2019, cioè allo scadere dei due anni di trattative previsto dall’articolo 50.

 

“Transition” è diventata la parola chiave, la ripetono tutti caricandola di speranza per una ritrovata armonia, così come ricorre l’espressione “status quo”, che è stata introdotta durante l’estate dal cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, e che viene vista come garanzia di un periodo pacifico in cui di fatto non cambierà granché. I sostenitori della “hard Brexit” vedono nell’enfasi della “transizione” un tradimento, i più “soft” invece sperano che i due o tre anni di tempo dopo l’uscita ufficiale siano utili per salvaguardare l’interesse europeo – e su questa transizione la battaglia politica è molto dura. Da un punto di vista tecnico la transizione diventa rilevantissima se – come scrive anche il Financial Times – introduce la possibilità di continuare a fare i pagamenti all’Ue, aiutando a colmare parte del buco nel budget europeo di circa 30 miliardi di euro previsto tra il 2019 e il 2021. I soldi sono il punto dirimente, e quello che fa saltare i nervi durante le discussioni sulla posizione europea e quella britannica. Quando qualcuno dice, nemmeno troppo sottovoce, che gli europei sono “avidi”, si capisce che l’incomunicabilità si fa rischiosa. Il prezzo del divorzio, quel “divorce bill” che non ha un valore determinato – “nemmeno gli europei hanno quantificato il costo della separazione”, dicono alcuni inglesi –, è il motivo dell’attuale nervosismo e delle inconciliabilità emerse negli scorsi round negoziali. Londra ha messo in discussione il metodo con cui Bruxelles vuole calcolare il costo dell’uscita dall’Ue, e sottolinea che non ci sono vincoli legali: si tratta di una valutazione politica o, come dice con estrema franchezza una fonte inglese, “un esercizio di potere da parte dell’Europa”. Molti inglesi sentono che c’è una volontà punitiva irrefrenabile in Europa, leggono tra le righe del discorso di Jean Claude Juncker di mercoledì la volontà di “umiliare” il Regno Unito, ribadiscono che anche la valutazione sull’avanzamento dei negoziati “è tutta politica”, è tutta “di potere”, e questo pessimismo fa pensare che l’ipotesi di un “no deal” si sia sì ridimensionata, ma non sia affatto esclusa.

 

Il fallimento dei negoziati sembra, nelle parole degli europei, un disastro più per gli inglesi che per il continente. Bruxelles ha realizzato, nel corso di questo 2017 che sarà ricordato come l’anno in cui l’Europa si è inebriata dell’euforia dei sopravvissuti, di poter esercitare un grande potere sul Regno Unito, soprattutto quando ha notato quanta “improvvisazione”, dice una fonte europea, c’è stata da parte degli inglesi. Ma lo spirito “You Brexit, you fix it”, voi volete uscire voi trovate il modo di far funzionare le cose, che ora prevale a Bruxelles non ha vita lunga: il tempo passa anche per gli europei, che hanno superato la minaccia populista e che hanno ritrovato un’unità di cui si era persa la memoria, ma che hanno anche promesso di rigenerarsi, di riformarsi, di rilanciare il progetto comunitario completando i cantieri aperti. Se Bruxelles non mantiene l’impegno, anche la sua posizione negoziale diventerà più fragile, la sbornia dei sopravvissuti non è un’assicurazione sulla vita.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi