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L'America e l'ossessione cinese

Eugenio Cau

Perché Steve Bannon, l’ex stratega di Trump, ha rivolto il suo sguardo apocalittico a Pechino

Roma. La società finanziaria di Hong Kong Clsa, di proprietà della banca cinese Citic, organizza da anni seminari e incontri tra grandi personaggi della politica e della finanza internazionale e i suoi investitori e banchieri. Gli honkonghesi hanno invitato Bill Clinton, Al Gore, Alan Greenspan, George Clooney. Ma mai nessun seminario ha suscitato tanto scalpore quanto quello di questa settimana, in cui l’invitato d’onore è stato Steve Bannon, ex capo stratega della Casa Bianca. Due le ragioni. La prima è che Bannon, da poco silurato da Donald Trump, è ancora apparentemente in contatto con il presidente, e le sue parole sono ancora un buon modo per prendere il polso della Casa Bianca. La seconda è che Bannon ha un’ossessione per la Cina, così potente da assumere toni apocalittici.

 

L’ossessione di Steve Bannon è iniziata decenni fa, quando sbarcò per la prima volta a Hong Kong negli anni Settanta come giovanissimo marinaio della flotta del Pacifico. Bannon è tornato in Cina negli anni Duemila, quando ha vissuto prima a Hong Kong e poi a Shanghai come imprenditore di una startup di videogiochi. L’ex stratega ha reso esplicito il suo pensiero sulla Cina in molteplici dichiarazioni pubbliche. Già l’anno scorso Bannon si diceva sicuro che l’America “finirà in guerra con la Cina per il mar Cinese meridionale nel giro di 5-10 anni”. Lo scorso fine settimana, durante la trasmissione televisiva “60 minutes”, ha detto che Pechino ha già ingaggiato da tempo una “guerra economica” contro Washington e che la Cina è “il più grande problema” dell’Amministrazione Trump. Parlando con il New York Times pochi giorni fa ha detto che “la Cina oggi è come la Germania nel 1930. E’ sul crinale. Può andare da una parte o dall’altra. Le giovani generazioni sono molto patriottiche, quasi ultranazionaliste”, aggiungendo che “di qui a cent’anni ci si ricorderà di ciò che abbiamo o non abbiamo fatto per affrontare la Cina nel suo cammino verso il dominio del mondo”. La conversazione forse più rivelatrice è quella che Bannon ha avuto con Robert Kuttner del magazine di sinistra The American Prospect ad agosto. Bannon, a pochi giorni dalla sua cacciata dalla Casa Bianca, diceva che “per me la guerra economica con la Cina è tutto. Dobbiamo essere concentrati su questo obiettivo in modo maniacale. Se continuiamo in questa traiettoria perdente, nel giro di massimo 10 anni ci troveremo in un punto di declino da cui non riusciremo più a rialzarci”. A Kuttner, Bannon ha detto che stava lavorando per creare una coalizione di falchi anti cinesi e per cacciare le colombe come Susan Thornton, storico capo degli affari asiatici al dipartimento di stato.

 

Non è per casualità o per la sua storia personale che l’ossessione per la Cina è maturata in Bannon. La sua visione apocalittica è cresciuta naturalmente in un brodo di coltura che esiste già da anni negli Stati Uniti, e che è convinta, per esempio, che presto Washington cadrà nella “trappola di Tucidide”, espressione coniata dallo storico Graham Allison per descrivere come nella storia mondiale la dialettica tra una potenza egemone (l’America) e una potenza emergente (la Cina) si sia quasi sempre risolta in un conflitto armato. Particolarmente presente nel pensiero di Bannon sembra inoltre la teoria di Michael Pillsbury, ex alto funzionario del dipartimento di stato che sostiene da anni (l’ha fatto organicamente nel 2015 con il suo “The Hundred-Year Marathon”) che la Cina da decenni persegua un piano segreto fatto di dissimulazione e inganno per rimpiazzare l’America come maggiore potenza mondiale.

 

Nel suo nuovo ruolo di “sostenitore dall’esterno” dell’Amministrazione Trump, Bannon ha rinnovato il suo tentativo di formare una coalizione anti cinese. Nelle scorse settimane ha incontrato Henry Kissinger, l’artefice del grande avvicinamento di epoca nixoniana tra Washington e Pechino, e il suo tour asiatico dimostra che è concentrato sulla sua ossessione. Per questo ha stupito molto gli osservatori il fatto che, martedì a Hong Kong, durante il discorso alla Clsa Bannon abbia usato ben più captatio benevolentiae di quanto siamo abituati. L’ex stratega ha definito il presidente Xi Jinping un “leader saggio” e ha detto di ammirare, a suo modo, il modello economico cinese. Alcuni osservatori hanno parlato di “pivot”, come ha scritto il Global Times, giornale legato al Partito comunista dalla posizioni molto estreme. E’ più probabile che l’ex stratega abbia usato un espediente da “Arte della guerra”: quando ti trovi in territorio nemico, nascondi i tuoi reali intenti.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.