Brutali svolte saudite

Il principe ereditario Salman fa sconquassi che però non spiacciono molto all’esterno. Ecco perché

Brutali svolte saudite

Mohammed bin Salman (foto LaPresse)

Roma. In questi giorni il principe saudita erede al trono, Mohammed bin Salman di 32 anni, guida una serie di brutali cambiamenti dentro il regno arabo in attesa di succedere a re Salman di 81 anni. Il punto interessante di questa svolta è che sebbene sia fatta con il piglio autoritario di un despota incontra molti consensi all’esterno, perché coincide con gli interessi di chi vorrebbe vedere un’Arabia Saudita uscire dal suo immobilismo pericoloso e finalmente riformata. Prendete per esempio i 30 arresti fatti questa settimana contro dissidenti che contestano la politica del governo o anche soltanto rifiutano di prendere una posizione chiara nella sfida tra i sauditi e il Qatar. Almeno la metà di questi arrestati sono predicatori religiosi con simpatie per la Fratellanza musulmana che sono soliti usare toni a metà tra l’estremismo e l’eversione davanti a platee di ascoltatori arabi molto ampie e che finora avevano goduto dell’ambiguità saudita per blandire e aizzare il fanatismo religioso, per di più con un seguito preoccupante. Il più famoso tra questi è Salman al Odah, che su Twitter ha 14 milioni di follower. Gli attivisti per la libertà d’espressione dicono al Wall Street Journal di non avere mai respirato un’aria così asfissiante nel regno e che è la prima volta che hanno questa sensazione così intensa, ma è anche la prima volta che in Arabia Saudita c’è una stretta così dura contro i predicatori più incendiari. Gli arresti sono avvenuti sotto il controllo del direttorato per la Sicurezza di stato, che è un nuovo organo che a fine luglio ha preso il comando dei servizi di sicurezza e che ovviamente risponde in via diretta al principe Salman (è stato creato proprio per dare al principe ereditario più poteri mentre si prepara all’ascesa al trono).

 

Dove prima c’era una struttura calcificata dal tempo, ora in Arabia Saudita c’è la sensazione che tutto sia diventato possibile. Per esempio, ad agosto i giornali hanno scritto che Bin Salman vuole aprire resort turistici esentati dal rispetto della legge coranica, la sharia, in cui le turiste possano prendere il sole in bikini. Si tratta di una doppia rivoluzione. Per prima cosa, la legge di Dio non si ferma alle porte dei resort turistici, quindi sarebbe un’eccezione straordinaria che aprirebbe a una duttilità interpretativa dei precetti religiosi che suona blasfema soltanto a parlarne, in Arabia Saudita. C’è da ricordare che la presenza delle basi americane sullo stesso suolo nel 1991, per strappare il Kuwait a Saddam Hussein, scatenò gli ideologi di quella che è poi diventata al Qaida. La seconda rivoluzione è che Salman si rende conto che il paese deve abbandonare la dipendenza dall’economia del greggio e trovare altre soluzioni: con il barile a quota cinquanta dollari e un budget che per funzionare avrebbe bisogno di un prezzo del greggio superiore ai 75 dollari, è soltanto questione di tempo prima che l’intera società saudita, tarata su decenni di profitti da petrolio, debba svegliarsi di soprassalto. Di questa rivoluzione obbligata fanno parte anche le privatizzazioni su larga scala di asset del regno, per fare cassa e riportare tranquillità economica. Per esempio c’è un piano per dare ai privati la gestione degli aeroporti sauditi. E si attende la vendita sul mercato di un cinque per cento delle azioni della Aramco, la gigantesca compagnia petrolifera di stato, che secondo il principe Salman potrebbe far salire la valutazione complessiva dell’azienda fino a duemila milioni di dollari. Il principe è accusato di avere già fatto errori madornali in politica estera, come la guerra in Yemen – da cui vuole uscire, secondo alcune mail trapelate ad agosto – e l’embargo contro il Qatar. Ma il suo governo coincide con clima inedito di inquietudine che si trasmette a molti settori, vedi la piccola giornata di protesta di donne al volante della settimana scorsa (contro il divieto di guidare). Tanto che quando è uscita la notizia per nulla confermata di un viaggio di Salman in Israele, un paese con cui non ci sono relazioni diplomatiche (ma lo dicono poche fonti e molto incerte), la notizia non ha quasi sorpreso. Del resto, da tempo si parla di una una linea comune con Gerusalemme in chiave anti Iran.

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