Così il Friuli smonta la propaganda austriaca sui migranti

Molti irregolari rientrano dal nord in cerca di una seconda (o terza) chance per ottenere l'asilo. “Oltre il 90 per cento proviene da paesi europei”, scrivono i sindaci di Gorizia, Trieste, Udine e Pordenone in una nota al ministro dell’Interno

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Così il Friuli smonta la propaganda austriaca sui migranti

Udine, 2015. Un gruppo i profughi afghani e pakistani nel campo di accoglienza allestito all'interno della caserma di Cavarzeva (foto LaPresse)

Roma. Dalla sostanziale chiusura della rotta balcanica nel marzo 2016, quando l’Unione europea ha concesso alla Turchia tre miliardi di euro per fermare l’arrivo dei migranti sulle coste greche, parlare di ingressi irregolari in Italia significa di solito citare gli sbarchi dalla Libia attraverso il canale di Sicilia. Ma numerosi migranti stanno percorrendo una strada diversa: in Friuli Venezia Giulia sono in molti a rientrare dal nord, dai valichi al confine con la Slovenia e soprattutto con l’Austria. “Oltre il 90 per cento non fugge da paesi in guerra ma proviene da altri paesi europei, in particolare da Germania, Austria, Francia, Olanda, Belgio”, scrivono i primi cittadini di Gorizia, Trieste, Udine e Pordenone in una nota bipartisan – tre sindaci sono di centrodestra, uno di centrosinistra – inviata al ministro dell’Interno Marco Minniti che domani sarà nella regione “per fare il punto con i prefetti e le forze dell'ordine” proprio sulla situazione migratoria. Proposte “di buon senso” per alleggerire la presenza dei richiedenti asilo sui propri territori e garantire una gestione più snella ed efficace del fenomeno migratorio.

   

“Dal 2014 a oggi”, spiega al Foglio il sindaco di Udine Furio Honsell, “più di 10 mila migranti sono rientrati in Italia dal valico di Tarvisio”, il comune più orientale della provincia. Si tratta di stranieri che lavoravano nel nord Europa e che “provengono soprattutto dal Pakistan e dall’Afghanistan”. “Tra il 2015 e il 2016 ne ricevevamo anche cento al giorno dall’Austria, ora la situazione sta tornando alla regolarità”, aggiunge Honsell, che stigmatizza però l’insistenza di Vienna sul tema immigrazione: “È bizzarro che siano loro a chiudere il confine”. Se sulle mosse di Vienna incidono le elezioni politiche di ottobre – con il leader del Partito popolare (ÖVP) Sebastian Kurz, che per togliere voti all'estrema destra sceglie la “linea dura” – c’è qualche “perplessità”, scrivono i quattro sindaci “sul fatto che queste persone riescano a raggiungere le nostre città dagli altri paesi europei quasi in uno stato di ‘invisibilità’”. I migranti “vengono fermati solamente sui nostri territori nonostante il fatto che abbiano transitato attraverso numerosi confini europei, compresi, ovviamente, i valichi con l’Italia. Arrivano spesso direttamente in treno oppure vengono individuati in autostrada, sempre, ovviamente, vicino alle nostre città. Nessun richiedente arriva dalla Slovenia”.

  

Su un’altra zona calda tra i due stati, la frontiera del Brennero, l’Austria si è spesa in un lungo tira e molla, minacciando la chiusura del valico, l’invio di soldati e corazzati, fino a dare il via ai controlli con l’ausilio dell’esercito, il 24 agosto scorso. Le autorità austriache affermano di avere avuto, dall’inizio del 2017, "un forte aumento di immigrati clandestini" che si sarebbero introdotti attraverso il confine italiano. Una situazione che, secondo il Viminale, è invece ribaltata. Nei primi sette mesi di quest’anno, sostiene il ministero dell’Interno italiano, alla frontiera italo-austriaca è stato inibito l'ingresso a 1.200 cittadini stranieri, a riprova del fatto che il trend dei movimenti migratori in questo periodo va piuttosto dall'Austria verso l'Italia. Un percorso evidenziato anche dai quattro sindaci del Friuli Venezia Giulia, che lamentano come il fenomeno nella loro regione sia stato sottovalutato. Chiediamo “trasparenza al governo, altrimenti si vive di sola emergenza”, ribadisce Honsell.

   

A fargli eco è il primo cittadino di Pordenone, Alessandro Ciriani, che al Piccolo spiega: “Nel corso dell'ultimo anno il numero dei profughi è più che raddoppiato. Siamo attorno alle 400 persone e stiamo sostenendo uno sforzo pazzesco soprattutto perché non tutti i comuni del territorio fanno la loro parte”. E Rodolfo Ziberna, il sindaco di Gorizia che ha promosso l’incontro a quattro, conferma: “Basta fare i conti per capire come accogliere 5 mila migranti in una regione da 1,2 milioni di persone non rispetta la proporzione dell'accordo Anci-ministero”. ”Al di là dell'appartenenza politica”, ha dichiarato il goriziano, “abbiamo condiviso una fotografia comune, aspettative comuni, problemi comuni e richieste comuni. Non una lamentela, ma ci troviamo di fronte a proposte da fare al governo per affrontare il problema in ambito nazionale e regionale”.

   

“Il documento che abbiamo siglato è privo di qualunque slogan”, conferma Honsell: “mette a fuoco un certo numero di problematiche e suggerisce un certo numero di linee d'azione. Ma il vero problema, temo, verrà dopo: una volta che tutte queste persone avranno ricevuto la protezione, che prospettiva avranno?”.

  

Don Franco Gismano, vicario episcopale per la testimonianza della Carità a Gorizia, ricorda al Foglio che il flusso dal nord non è un fenomeno nuovo: “Da anni persone che hanno lavorato in stati nordeuropei e per diversi motivi hanno perso la possibilità di rimanere in quei paesi cercano in Italia il riconoscimento dello status di rifugiato”. Questo perché “il nostro paese permette di richiedere asilo politico se si proviene da tutto l'Afghanistan e da buona parte del Pakistan come luoghi in cui può essere considerato l'asilo, rispetto ad esempio al Regno Unito, che esclude alcuni villaggi sotto protezione Onu. Che non significa presidio militare costante, tanto che alcuni villaggi sono vittime di incursioni terroristiche”, spiega Don Gismano. Per il vicario di Gorizia il vulnus sta a Bruxelles: “Pur avendo un comune criterio di accettazione, ogni stato ha un diritto diverso. Conosco persone che hanno lavorato tre, quattro anni in Inghilterra e quando hanno perso il lavoro sono dovuti venire in Italia per tentare di ottenere qui lo status di rifugiato che Londra non riconosce”. Il Friuli Venezia Giulia è la regione più vicina per coloro che arrivano dal nord o lungo la rotta balcanica. Da quando quest’ultima è bloccata, “molti si scontrano contro i muri ungheresi, poi deviano in Slovenia e da lì in Austria e in Italia”.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    04 Settembre 2017 - 23:11

    In questa storia ci sono un po' troppi salti logici tra immigrati e rifugiati che vanno e che vengono. Italiani brava gente subìte, pagate e tacete. Ma prima o poi si dovrà pur votare.

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