Il governo francese ha presentato la sua riforma del lavoro

Macron riformatore. Le vere vincitrici sono le piccole imprese

Il governo francese ha presentato la sua riforma del lavoro

Il presidente francese Emmanuel Macron (foto LaPresse)

Roma. Dopo più di tre mesi di lavoro e cinquanta incontri con le parti sociali, il governo francese ha presentato le sue “ordonnances”, i decreti legislativi che cambiano il diritto del lavoro. Cinque i testi, coerenti con l’impostazione che il presidente Emmanuel Macron aveva presentato in campagna elettorale e che il primo ministro Edouard Philippe e il ministro del Lavoro, Muriel Pénicaud, hanno portato avanti nella stesura concreta della legge e nel negoziato con i sindacati.

 

La filosofia del Jobs Act di Macron, che non ha mai nascosto di ispirarsi, tra le altre, alla riforma italiana approvata dal governo Renzi, è quella di privilegiare nella contrattazione i rapporti tra azienda e lavoratore. Ma non solo: il presidente ha deciso di includere i sindacati in determinate scelte per evitare gli errori compiuti dal suo predecessore che, escludendo qualunque dialogo con le parti sociali per la sua riforma, aveva dato il via a proteste durissime in tutto il paese. 

    

Coerenti con questa filosofia, le “ordonnances” prevedono una grande semplificazione nelle trattative per il contratto di lavoro per le piccole e medie imprese, vere “vincenti” della riforma, come ha scritto il Figaro. Nelle aziende tra i 20 e i 50 dipendenti infatti, gli imprenditori potranno contrattare direttamente con un dipendente eletto come rappresentate dagli altri lavoratori, senza che questi debba essere necessariamente affiliato a un sindacato, com’è invece previsto a legislazione vigente. Nelle imprese con meno di 20 dipendenti invece, l’imprenditore potrà negoziare direttamente con il lavoratore e poi organizzare un referendum per estendere il contratto agli altri. In entrambi i casi la contrattazione potrà vertere su tutti i termini del contratto non di competenza della branca professionale: la durata settimanale (quindi più delle 35 ore canoniche), l’organizzazione del lavoro e il salario stesso. Oggi invece questo non è possibile tranne che in casi residuali, come il lavoro domenicale.

  
Un cambiamento rilevante e molto richiesto dalle imprese riguarda la norma sui licenziamenti senza giusta causa. Finora il lavoratore licenziato aveva diritto a un’indennità, decisa in modo discrezionale dal tribunale dei prud’hommes, in genere molto elevata. L’incertezza dei procedimenti è ciò che, secondo le imprese, frena le assunzioni. Ecco perché il governo ha deciso di introdurre un massimo e un minimo dell’indennità dovuta: il lavoratore ha diritto a un massimo di venti mesi di stipendio dopo trent’anni di anzianità, da calcolare proporzionalmente in funzione della stessa (un mese di stipendio all’anno per i primi dieci, poi metà mese per gli anni successivi); minimo tre mesi di salario (oggi sono sei) in caso di più di due anni di esperienza. Un solo mese di stipendio sarà invece dovuto per chi ha meno di due anni di anzianità. I plafond non saranno considerati qualora il lavoratore dimostrerà di essere stato licenziato per motivi discriminatori o con un abuso dei suoi diritti fondamentali.

   

Il governo ha anche modificato il perimetro dei licenziamenti economici, con l’obiettivo di aumentare l’appetibilità della Francia per le grandi imprese. Oggi, se una multinazionale intende procedere a una ristrutturazione, nella valutazione della legittimità della decisione è presa in considerazione la sua situazione economica globale. Con la loi Pénicaud invece, saranno valutati solo i risultati economici che l’impresa realizza in Francia, a prescindere dal suo stato di salute generale.

  

I sindacati, come detto molto coinvolti nei mesi precedenti, non si sono mostrati sorpresi. Solo la Confederation Générale du Travail (Cgt) ha confermato la manifestazione prevista per il 12 settembre: “La riforma è la fine del contratto di lavoro”, ha detto il segretario Philippe Martinez. Gli altri sono stati invece meno duri, ammettendo di aver riscontrato la disponibilità del governo a modificare alcune disposizioni durante la stesura. Il primo ministro, Édouard Philippe, ha spiegato che “i testi presentati oggi sono differenti da quelli che avremmo presentato senza concertazione”, posizione condivisa da Jean-Claude Mailly, segretario di Force Ouvrière che, in prima linea contro la riforma di Hollande nel 2016, ha rifiutato di partecipare alla manifestazione visto che la modifica legislativa di certo “non è perfetta” ma è stata condotta dopo una “vera concertazione”, grazie alla quale il sindacato “ha ottenuto dei risultati”.

  

Le ordonnances saranno approvate in Consiglio dei ministri il 22 settembre e entreranno immediatamente in vigore, ci sarà poi il voto dell’Assemblea nazionale per la ratifica definitiva. Non sarà possibile però proporre emendamenti, i decreti devono essere approvati così come sono, anche perché il governo ha chiarito che non intende modificarli.

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Commenti all'articolo

  • perturbabile

    01 Settembre 2017 - 19:07

    I pesci di certe parti dell'Oceano sono ben felici e considerano una manna dal Cielo che l'azienda sia giunta nel loro arretrato Paese a promuovere sviluppo e dar loro lavoro. Con legittimo egoismo, si adoperano per il loro nuovo benessere senza punto preoccuparsi di diventare 'multinazionali'

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  • robyv73

    01 Settembre 2017 - 17:05

    "Oggi, se una multinazionale intende procedere a una ristrutturazione, nella valutazione della legittimità della decisione è presa in considerazione la sua situazione economica globale. Con la loi Pénicaud invece, saranno valutati solo i risultati economici che l’impresa realizza in Francia, a prescindere dal suo stato di salute generale." una modifica veramente oculata, a pagare saranno come al solito i lavoratori che si troveranno senza lavoro perché da qualche parte nel mondo ci sarà sempre chi costa meno e permette alle multinazionali di guadagnare di più. I sindacati spesso hanno sbagliato ma lasciare che il mercato del lavoro sia "regolato" da un branco di squali liberi di fare ciò che vogliono non è il modo per portare più benessere nel mondo. I sindacati ed i lavoratori devono abbandonare il modello nazionale e diventare a loro volta multinazionali, gli squali devono sapere che se attaccano il branco di pesci in una nazione reagiranno tutti i pesci dell'oceano.

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