Così il Grillo del Guatemala sta perdendo la sua battaglia con i magistrati

Il presidente Jimmy Morales, ex comico finito in politica, è accusato di aver nascosto informazioni su finanziamenti illeciti. Lui ha provato a espellere il magistrato che lo accusa, ma ora rischia di finire in carcere 

Così il Grillo del Guatemala sta perdendo la sua battaglia con i magistrati

Il presidente del Guatemala, Jimmy Morales (foto LaPresse)

“Sono vent’anni che vi faccio ridere, prometto che non vi farò piangere”, era questo lo slogan con cui, nel 2015, il comico Jimmy Morales venne eletto presidente del Guatemala. Un vero e proprio Grillo del Centroamerica. Peraltro proprio nel Paese dove dice sempre di aver fatto il suo apprendistato intellettuale e ideologico un importante leader grillino come Alessandro Di Battista. E dove, per un certo periodo, si trovò a gravitare un esponente di spicco del giustizialismo italiano come Antonio Ingroia.

 

L'ex magistrato palermitano, nel luglio del 2012, era stato nominato dalle Nazioni Unite Capo del Dipartimento Investigazioni della Cicig: Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala. Un'istituzione unica al mondo. Infatti, attraverso un accordo firmato il 12 novembre 2006 con le Nazioni e Unite e poi approvato dalla Corte costituzionale nel maggio del 2007 e ratificato dal Congresso il primo agosto, il Guatemala aveva acconsentito a commissariare il proprio screditatissimo sistema giudiziario, affidandolo alla supervisione dell’organismo esterno.

 

Proprio l'attività del Cicig, che ha praticamente “sterminato” la classe politica locale, ha spianato la strada che ha portato Jimmy Morales al potere (una vicenda che ricorda piuttosto da vicino quanto accaduto in Italia con Grillo). Ora, però, la Commissione, fedele al proprio compito istituzionale, ha iniziato a prendere di mira il presidente. O meglio, prima ha preso di mira suo fratello e suo figlio, e infine lo stesso Morales. Che per tutta risposta, in perfetto stile Maduro, domenica ha annunciato in tv l’espulsione di Iván Velásquez. Cioè, il magistrato colombiano che l’Onu ha messo alla testa della Cicig.

 

La decisione è stata presa dopo che, venerdì 25 agosto, la Commissione aveva accusato il presidente di aver nascosto informazioni sul finanziamento illegale del suo partito. Certo, non è ancora l'inizio di un processo. Ma il suo predecessore, il generale Otto Pérez Molina, è in carcere dal settembre del 2015 dopo essere stato rimosso perché accusato di frode fiscale e associazione a delinquere e anche di essere coinvolto in un giro di tangenti e corruzione. Stessa accusa anche per l'ex-vicepresidente Roxana Baldetti, pure lei in carcere. Insomma i precedenti sembrano tutt'altro che incoraggianti.

 

Tra l'altro, quando il presidente è stato accusato dalla Cicig, si trovava proprio all’Onu. E in molti ritengono che stesse implorando il segretario delle Nazioni Unite, António Guterres, di intervenire per rimuovere Velásquez. Alla fine ha deciso di fare da solo. Anche se, per decretarne l’espulsione, Morales ha dovuto cacciare anche il ministro degli Esteri che si opponeva allo scontro con l’Onu, mentre il ministro della Sanità si è dimessa per protesta. 

 

Questione finita? Neanche per sogno. La Corte Costituzionale ha cassato l’espulsione. Morales ha annunciato che avrebbe ignorato le decisioni della Corte e a quel punto ha attirato su di sé le critiche della comunità internazionale. Non è semplice mettere d'accordo l’Amministrazione Trump, la Chiesa Cattolica e la Nobel per la Pace Rigoberta Menchú, ma tutti e tre hanno concordato nel definire il comportamento del presidente “molto grave”.

 

“Né corrotto né ladro”, era un altro di degli slogan elettorali, dal sapore decisamente grillino (non vi ricorda il celebre “onestà, onestà”?) che Morales aveva lanciato durante la sua campagna elettorale. Secondo la Cicg, mentre scandiva questo mantra, il comico prestato alla politica stava occultando tutta la possibile documentazione sulla provenienza dei 6 milioni di quetzal, circa 800.000 dollari, con cui ha finanziato la sua campagna. Travolto dalle proteste il presidente non ha potuto far altro che arrendersi alla volontà della Corte. Velázquez e la Cicig restano al loro posto. E lunedì la Corte si riunisce per decidere se togliere l’immunità a Morales.

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