Il muro anti immigrati costa caro e ora Orban invoca la solidarietà (e i soldi) dell'Ue

Budapest vuole da Bruxelles gli stessi aiuti economici riservati a Italia e Grecia nel Mediterraneo. "No a doppi standard", dice il governo

Luca Gambardella

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Il muro anti immigrati costa caro e ora Orban invoca la solidarietà (e i soldi) dell'Ue

Un poliziotto ungherese pattuglia il confine con la Serbia (foto LaPresse)

Roma. L'Ungheria contesta il doppio standard adottato dall'Ue nel sostenere i paesi che si trovano a gestire il peso maggiore dell'afflusso dei migranti. Dopo avere aiutato economicamente le missioni di salvataggio nel Mediterraneo, Budapest afferma che ora le istituzioni europee dovrebbero pagare anche l'Ungheria per la costruzione del muro, edificato nel 2015 per tenere lontani i migranti e i richiedenti asilo. Il muro in questione è in realtà una rete sorvegliata da pattuglie della polizia che percorre le frontiere del paese per centinaia di chilometri impendendo ai migranti l'ingresso e costringendoli a rimanere negli stati confinanti (Serbia, Croazia e Slovenia).

 

Oggi János Lázár, capo di gabinetto del governo e braccio destro del presidente Viktor Orban, ha detto che l'Ue dovrebbe restituire all'Ungheria il 50 per cento degli 800 milioni di euro spesi per la costruzione della barriera. Lázár l'ha definito un atto di "solidarietà europea da mettere in pratica" perché la recinzione "ha protetto i cittadini dell'Europa dall'afflusso di migranti illegali". "I doppi standard non dovrebbero essere applicati", ha aggiunto, con un riferimento implicito agli aiuti economici assicurati dall'Ue ad altri paesi impegnati nella gestione dell'immigrazione, Italia e Grecia in particolare.

 

La polemica con Bruxelles e con i paesi del fronte sud dell'Europa è ormai una costante nella politica estera del governo Orban. Anche in questo caso, le dichiarazioni del funzionario ungherese suonano come una provocazione che difficilmente renderà più distese le relazioni con l'Unione, che tra l'altro ha più volte criticato la chiusura dei confini da parte di Budapest. "Non promuoviamo l'uso di barriere. Di recente abbiamo già abbattuto dei muri in Europa e non dovremmo tirarne su altri", aveva detto un portavoce di Bruxelles nel 2015, quando gli ungheresi avevano cominciato – primi in Europa – a chiudere i confini.

 

La politica dell'Ue nei confronti di Orban non è destinata a cambiare nemmeno oggi. Bruxelles ha già avviato diverse procedure di infrazione nei confronti di Budapest proprio a proposito della sua gestione del flusso di migranti. Il presupposto da cui parte l'Ue è che non tutti coloro che si presentano alle frontiere dell'Europa sono migranti illegali. Ma al di là delle questioni di principio, diverse ong e gruppi di monitoraggio inviati da Bruxelles hanno riscontrato lacune importanti da parte degli ungheresi nelle procedure adottate nella gestione delle domande d'asilo. Ultimo in ordine di tempo, il caso più eclatante, è stato quello delle quote dei richiedenti asilo che, come da impegni presi anche dal governo di Budapest, dovevano essere spostati dall'Italia e dalla Grecia negli altri paesi europei. Ma insieme agli altri stati dell'est Europa – il Gruppo di Visegraad, che include altri membri della frangia più critica nei confronti dell'Ue come Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia – Orban ha cambiato idea e ha rifiutato di accoglierli. Voltando le spalle alla stessa "solidarietà europea" che ora invoca.

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