Non c'è solo la Corea del nord

La Cina è responsabile anche di una “seconda Corea del nord”, scrive Bolton: il Pakistan instabile

Non c'è solo Kim

Donald Trump (foto LaPresse)

Roma. Due giorni fa un ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite, John Bolton, ha scritto un editoriale per il Wall Street Journal che parla di un paese che è come la “seconda Corea del nord” creata dalla Cina: il Pakistan. Come Pyongyang, oggi anche Islamabad è la capitale di una potenza nucleare grazie alle manovre di Pechino, che nei decenni scorsi ha concesso gli indispensabili aiuti tecnologici, scientifici e militari. L’articolo di Bolton nota alcune simmetrie in comune tra i due paesi. La Cina ha lasciato che la Corea del nord attraversasse la soglia atomica perché fosse un rivale dell’occidente e del Giappone e ha lasciato che succedesse la stessa cosa in Pakistan perché fosse un rivale temibile del suo grande rivale in Asia, l’India. Inoltre, in entrambi i paesi l’arsenale atomico è vulnerabile ed esposto a ideologie pericolose e senza compromessi. A Pyongyang c’è il totalitarismo comunista di Kim Jong-un, e a Islamabad c’è l’ideologia islamista che appoggia sottobanco i talebani e al Qaida – ideologia che è lontana dalla stanza dei bottoni dell’arsenale atomico ma non così lontana, scrive Bolton, come la vorremmo. 

  

Bolton scrive il suo pezzo come una serie di consigli all’Amministrazione Trump. L’anno scorso era stato considerato per le posizioni di segretario di Stato e di consigliere per la Sicurezza nazionale, ma alla fine il presidente gli aveva preferito altri candidati – si dice che tra gli elementi di valutazione i folti baffoni di Bolton non gli fossero piaciuti. Bolton apparteneva ai falchi dell’Amministrazione Bush e ha una posizione dura contro l’Iran e contro il deal sul programma nucleare iraniano stretto dall’Amministrazione Obama con Teheran nel luglio 2015. L’ex ambasciatore è molto d’accordo con la posizione dichiarata da Trump in campagna elettorale su quel dossier – il presidente diceva che l’accordo andrebbe annullato perché l’Iran sta imbrogliando e non ci si può fidare – ma due giorni fa ha firmato un articolo sul sito della National Review in cui racconta che l’accesso al presidente gli è stato bloccato. Bolton, con il suo piano per annullare l’accordo con l’Iran, fa parte della filiera che fa capo, o meglio che faceva capo, a Steve Bannon, stratega di Trump che però è stato estromesso dalla Casa Bianca due settimane fa. La cacciata di Bannon è stata una vittoria della fazione della Casa Bianca guidata dagli ex generali. Ora la strada per farsi ricevere da Trump la strada è molto più difficile, perché John Kelly, ex generale dei marines diventato capo di staff, sorveglia tutti gli incontri per evitare che il presidente sia esposto a influenze esterne incontrollate. Bolton è una vittima di questo nuovo sistema eretto attorno a Trump.

 

Cosa dice l’ambasciatore nel suo pezzo a proposito del Pakistan? In sostanza, racconta che sia l’Amministrazione Bush sia l’Amministrazione Obama hanno provato a fare pressione su Islamabad per separare il potere pachistano dai gruppi combattenti islamisti che spadroneggiano nelle zone di frontiera e nel vicino Afghanistan, ma sempre senza successo. Se non ci sono riusciti loro, vuol dire che non è fattibile, scrive Bolton: il Pakistan è un paese in cui i piromani e i pompieri sono assieme nello stesso governo, anzi sono le stesse persone che si comportano in modo diverso a seconda dei momenti. L’articolo è una risposta al tono molto duro usato da Trump la settimana scorsa in occasione dell’annuncio in televisione di una nuova politica per l’Afghanistan. Durante il discorso, il presidente ha detto in modo chiaro che il Pakistan rischia di perdere l’appoggio e i finanziamenti americani – cosa che è appena successa all’Egitto del presidente Abdel Fattah al Sisi, che pure è un alleato dell’America. La soluzione non sta in pakistan, scrive Bolton, ma è in Cina: Pechino ha interessi in comune con i pachistani ed esercita su di loro un’influenza enorme, è lì che occorre fare pressione per contenere la minaccia di un’arma atomica in mano a un governo instabile e succube degli islamisti. Persino la recente cacciata dal governo del primo ministro Nawaz Sharif per ordine della Corte suprema non è vista da Bolton come un segno di equilibrio tra poteri, ma come il sintomo che la situazione è troppo politicizzata e tesa.

 

Quindi: la strada per trovare una soluzione sia in Corea del nord, che fa test missilistici e nucleari preoccupanti, sia in Pakistan, che rifiuta di lottare contro i gruppi jihadisti che destabilizzano l’area e uccidono i soldati americani in Afghanistan, passa per una maggiore pressione sulla Cina. Il governo di Pechino dev’essere considerato un investitore responsabile nella politica internazionale, non può sentirsi esonerato dalle conseguenze. Perché “in entrambi i casi, la Cina ha sottostimato i rischi della proliferazione nucleare e ha violato con sprezzo del pericolo gli obblighi dei Trattati di non proliferazione. Al confronto, le violazioni flagranti degli obblighi sanciti dalla World Trade Organization (in campo economico) sono bazzecole”. Il pezzo suona come un avvertimento a non essere troppo duri con il Pakistan, o meglio a non procedere con un distacco troppo punitivo. Una delle ragioni, ma Bolton non ne fa cenno, è che il programma di collaborazione americana in Pakistan consente di tenere d’occhio da vicino i generali dell’esercito, i politici e le basi dove sono custodite le testate nucleari, circa un centinaio, in una regione infestata da estremisti. Di recente sono arrivati segnali preoccupanti sul fatto che anche lo Stato islamico, in progressivo disfacimento in Siria e in Iraq, abbia trovato terreno fertilissimo in Pakistan. Secondo un articolo pubblicato questo mese da Reuters, il capo dello Stato islamico in Pakistan è Shafeeq Mangal, che negli anni scorsi poteva vantare una storia di collaborazione con l’esercito.

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