L'Iraq dopo il Califfo

Lo Stato islamico ha evacuato Tal Afar senza combattere. E’ qui che inizia la strategia del dopoguerra

Tal Afar

L'esercito iracheno entra a Tal Afar (foto LaPresse)

Roma. Il programma della campagna militare contro lo Stato islamico in Iraq prevedeva che dopo Mosul cadesse la città di Tal Afar, ma in pratica non c’è stata battaglia. Lo Stato islamico ha lasciato la zona e la città è passata di mano senza danni. L’ufficio stampa dell’esercito iracheno ha chiuso gli accrediti per i giornalisti che volevano osservare l’operazione il 20 agosto, il giorno dopo è stato annunciato l’inizio dell’assalto, in meno di una settimana era già tutto finito. Per prendere Mosul ci sono voluti nove mesi e la distruzione quasi totale di quartieri interi, per Tal Afar sei giorni e pochissimi raid aerei. Non è la prima volta che lo Stato islamico evacua una città, lo aveva già fatto a giugno del 2016 a Falluja, ceduta all’esercito iracheno in cambio di un corridoio sicuro per uscire. Un analista fine dello Stato islamico come Nibras Kazimi disse che a negoziare era stato Iyad al Jumaili, temutissimo capo della sicurezza dello Stato islamico, e chissà che anche questa volta non sia stato lui a trattare con l’esercito iracheno e con le milizie sciite. Jumaili è uno dei due candidati a guidare lo Stato islamico se il leader Abu Bakr al Baghdadi fosse ucciso e senz’altro il gruppo terrorista aveva capito che a Tal Afar c’era spazio per un compromesso: a differenza che a Mosul, che fu accerchiata per intero e senza lasciare alcuna via di fuga, Tal Afar non è stata chiusa da tutte le parti: il confine con la Siria era ancora lì, a pochi chilometri, a portata di mano.

 

Lo Stato islamico non aveva interesse alla distruzione completa di Tal Afar perché la considera una base da dove ripartire nel dopoguerra – del resto fu una delle prime città da dove il contagio dello Stato islamico si sparse nel resto del paese a partire dal 2003. 

 

La saga di Baghdadi

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Per un fenomeno già osservato attorno a Mosul e nella piana di Ninive, dove i villaggi cristiani a est sono stati distrutti dai combattimenti e dalle trappole esplosive e molti villaggi sunniti a ovest della città sono usciti illesi, lo Stato islamico ha risparmiato Tal Afar, città che gli è molto cara. Una fonte locale ha raccontato al Foglio che l’area centrale era chiamata dagli abitanti la Zona verde – con sarcasmo, come la zona di Baghdad che ospita i palazzi delle istituzioni e in cui gli iracheni normali non possono entrare. Anche nella Zona Verde di Tal Afar gli abitanti non potevano entrare, a meno che non mostrassero tessere speciali che li qualificavano come membri dello Stato islamico, perché in quei palazzi si riunivano capi de gruppoo molto importanti. Tra loro, secondo informazioni del Foglio, anche Younes Dhanoun, conosciuto anche come Abu Safah o Haji Khamis, che è il leader militare che nell’agosto 2014 ha guidato la campagna dello Stato islamico contro la popolazione yazida in Iraq. Nel corso di quella campagna gli uomini dello Stato islamico massacrarono sul posto tutti i maschi yazidi su cui misero le mani – risparmiarono i bambini e li convertirono all’islam – e catturarono le donne per farne schiave, da vendere al mercato e scambiarsi tra loro. La storia delle violenze e degli stupri subiti dalle prigioniere yazide è una delle pagine più orrende di questi anni di guerra in Iraq e Siria e migliaia di loro sono ancora in mano allo Stato islamico. Younes Dhanoun nell’unica foto che si conosce di lui è sbarbato, brizzolato e in camicia. Fa parte di quella schiera di leader del gruppo che ha rinunciato ai toni ieratici, ai proclami su internet e ai mantelli neri della dinastia Abbaside per un quasi anonimato molto pericoloso. Sono quelli come lui che in questi anni con discrezione hanno fatto da spina dorsale del gruppo.

 

C’è un’altra ragione che spiega l’evacuazione di Tal Afar. Lo Stato islamico torna alla guerriglia dopo tre anni di utopia califfale. Potrebbe bruciare cento uomini al giorno per prolungare la battaglia di Tal Afar, ma a che pro? L’esito è già scontato. Gli stessi cento uomini, in clandestinità e divisi in squadre piccole di sicari, renderanno difficile il dopoguerra iracheno per i prossimi anni.

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