Il Jobs Act di Macron

Il presidente deve dimostrare che la Francia non è irriformabile. Ma a settembre affronterà la piazza

Il Jobs Act di Macron

Loi Travail - Manifestazione nazionale a Parigi (foto LaPresse)

Roma. In Francia la riforma del lavoro evoca immediatamente manifestazioni di piazza, scontri con il sindacato, impopolarità e, spesso, frettolose marce indietro da parte del governo. Nel 2016 ci provò François Hollande, ma la sua timida riforma scatenò un mese di proteste di piazza, blocchi stradali e lotte interne al Partito socialista. Il risultato fu una legge molto diversa da quella immaginata, e un’ulteriore caduta del consenso. Fanny Guinochet, giornalista del quotidiano liberale L’Opinion ed esperta di questioni economiche e sociali, spiega al Foglio perché il metodo Macron è diverso da quello del suo predecessore: “Hollande gestì molto male la sua riforma, nemmeno prevista nel suo programma elettorale. La legge El Khomri (dal nome dell’allora ministro del Lavoro, ndr) fu presentata nel 2016 per tentare di abbassare la disoccupazione, molto alta a quel punto del mandato, senza alcun avvertimento o spiegazione; mentre i sindacati furono ricevuti in fretta e furia per salvare le apparenze, senza alcuna volontà di portare avanti un dialogo. Le manifestazioni furono dure perché c’era un malinteso di fondo: chi aveva votato per Hollande non si aspettava una politica del genere e si sentì tradito, i sindacati scavalcati”.

  

Questa volta il governo ha agito diversamente: negli ultimi mesi il ministero del Lavoro ha organizzato quasi cinquanta incontri con i sindacati, e Macron in campagna elettorale non ha nascosto le sue intenzioni: “Nessuno può dirsi sorpreso dalla riforma” nota Guinochet, “consapevole degli errori passati Macron ha spiegato con cura le sue proposte. E ha capito che i sindacati andavano coinvolti. Gli incontri non sono soltanto formali, ci sono state delle vere e proprie trattative e il governo si è mostrato disponibile a cambiare alcune proposte, come la contrattazione aziendale. La filosofia della riforma è dare priorità alla negoziazione dei contratti tra aziende e lavoratori. I sindacati, che non erano d’accordo, hanno ottenuto un riequilibrio a favore della contrattazione a livello della branca professionale”.

   

“Le proteste fanno parte del gioco”   

La riforma sarà approvata tramite “ordonnances”, uno strumento assimilabile al nostro decreto legislativo: il Parlamento ha abilitato il governo a emanare una serie di decreti con forza di legge; questi torneranno in aula alla scadenza della delega per essere approvati, ma non sarà possibile modificarli. Modalità che ha fatto molto arrabbiare le opposizioni, specialmente la France insoumise, la sinistra radicale guidata da Jean-Luc Mélenchon: “Le proteste dell’opposizione fanno parte del gioco, ma il metodo scelto da Macron è previsto dalla Costituzione, non ha nulla di ‘autoritario’. Molte riforme favorevoli ai lavoratori dipendenti, come le ferie retribuite, sono state approvate in questo modo”. La vera incognita, quasi più del contenuto delle “ordonnances”, che saranno pubblicate il 31 agosto, è rappresentata dall’opposizione. Ci saranno grandi manifestazioni corali oppure ognuno proverà ad accreditarsi come unico legittimo avversario? “Al momento l’opposizione sociale e quella politica sono in competizione” risponde Guinochet, “Mélenchon gioca una partita di contrasto solitario alla presidenza di Macron e ha convocato una grande manifestazione per il 23 settembre. Il suo obiettivo è mobilitare, oltre ai suoi militanti, anche tutte le persone che scesero in piazza contro la legge El Khomri, per proporsi come loro rappresentante. L’obiettivo dei sindacati invece, e specialmente della Confédération générale du travail, è cercare di fare pressione sul governo per ottenere dei risultati concreti. Da qui la manifestazione che hanno indetto per il 12 settembre”. Le date non sono casuali, spiega la giornalista, visto che il Consiglio dei ministri che approverà definitivamente le “ordonnances” è previsto per il 20 settembre: “E’ molto semplice: a Mélenchon non interessa incidere sulla riforma, per questo gli è indifferente la data in cui si manifesta. Il sindacato segue un’altra logica, più costruttiva per il momento: provare a intervenire un’ultima volta facendo pressione grazie all’aiuto della piazza”.

  

Macron non ha mai fatto mistero di ispirarsi al Jobs Act di Renzi, in Francia spesso citato come riforma di successo. Il leader di En Marche! aveva però promesso anche un aumento delle tutele, soprattutto per chi adesso ne è sprovvisto.

  

Secondo Guinochet: “Il mercato del lavoro francese è duale: da una parte gli insider, già all’interno del mercato del lavoro, con contratti a tempo indeterminato blindati, dall’altra gli outsider, che passano da un contratto precario all’altro. Macron vorrebbe far incontrare queste due linee parallele rendendo universale il sussidio di disoccupazione, ora previsto solo per i dipendenti, e investendo fortemente nella formazione professionale, per bilanciare la maggiore flessibilità in uscita con un maggiore potere contrattuale in entrata”.

  

Questa seconda parte della riforma non sarà approvata subito, ma nel 2018. Certo, difficile fare tutto adesso, ma secondo la giornalista: “Il messaggio passato finora è quello di una modifica dei rapporti di lavoro in senso più flessibile, senza riguardo per i diritti dei lavoratori. Non è vero, perché sono previste nuove e diverse tutele, ma non in questa prima fase. E così questi primi cambiamenti potranno essere criticati da sinistra come un regalo per le imprese”.

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