La caduta di Bannon segna l’inizio della guerra tra il clan dei Trump e quello dei Mercer

Il dissidio interno e il suo epilogo illustrano le cause prossime del sensazionale licenziamento del consigliere di Trump, ma quelle remote vanno cercate in uno scontro fra famiglie che attendeva soltanto di essere innescato

Mattia Ferraresi

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La caduta di Bannon segna l’inizio della guerra tra il clan dei Trump e quello dei Mercer

Steve Bannon (foto LaPresse)

New York. Una serie di scontri di potere concentrici ha trasformato Steve Bannon da consigliere temuto e inamovibile in prodotto di scarto di un’Amministrazione che consuma ogni cosa in un cambio di vento o in un giro di tweet, anche il suo leggendario Rasputin. Nella purga precedente sono stati eliminati i residui dell’establishment repubblicano che il presidente non era riuscito a trumpizzare, Reince Preibus e Sean Spicer, in questa tornata è toccato invece all’ideologo spiritato e oscuro, il cospirazionista presunto evoliano giunto alla corte di Trump per dare fibra e cattive letture al suo fare erratico. Bannon si è trovato dalla parte sbagliata di una guerra che lo vedeva opposto ai Gary Cohn e alle Dina Powell, ai McMaster e ai John Kelly, gestori del potere benedetti da Ivanka e Jared Kushner, i guardiani dell’unico cerchio magico di Trump, quello famigliare. I banchieri e i generali – la cosiddetta “ala di New York” in combutta con la gerarchia militare – hanno fatto fuori quello che a lungo è stato considerato l’unico ministro plenipotenziario dell’Amministrazione, l’alfa e l’omega del trumpismo, l’uomo che fino a tarda serata scambiava messaggi con il presidente mentre questi era intento nella sessione notturna di zapping sui notiziari. Il compromesso per una dipartita consensuale è crollato sotto il peso dei fatti di Charlottesville, e la cacciata dello stratega è diventata una lacerazione, con tanto di promesse di vendetta per interposto Breitbart, il network a cui Bannon è ritornato per continuare la sua attività.

  

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Il dissidio interno e il suo epilogo illustrano le cause prossime del sensazionale licenziamento, ma quelle remote vanno cercate in una guerra fra clan che attendeva soltanto di essere innescata. Le famiglie in questione sono quella di Trump e quella di Bob Mercer, amministratore delegato di Renaissance Technologies e ricchissimo finanziatore dell’operazione trumpiana, portata al successo anche grazie al data mining di Cambridge Analytica, azienda di analisi di dati elettorali che si è buttata sul carro di Trump quando i cavalli di Ted Cruz erano esausti. La famiglia Mercer ha anche fatto ingenti investimenti su Breitbart, e il patriarca ha dato mandato alla figlia, la rossa Rebekah, di fare da cinghia fra il mondo delle news della destra paranoica e il caravanserraglio di Trump. Bannon è l’espressione della famiglia Mercer, una delle pedine imposte in cambio di un sostegno finanziario pressoché illimitato. Kellyanne Conway è un’altra acquisizione nella stessa quota.

 

Fra le altre cose, Mercer è convinto che i Clinton abbiano fatto assassinare diversi oppositori politici, sostiene che le bombe di Hiroshima e Nagasaki hanno migliorato la salute del popolo giapponese, è certo che gli afroamericani stessero meglio prima della battaglia per i diritti civili: sono idee che potrebbero tranquillamente uscire dalla mente di Bannon, un habitué della cattive letture che trova un complotto globalista dietro ogni angolo. Quando il matrimonio fra Trump e Bannon sembrava al di sopra di ogni crisi, gli osservatori più accorti facevano notare che lo stratega non era un uomo del presidente, non era un figlio del reality e del wrestling, non veniva da “The Apprentice”, non aveva le stesse frequentazioni, aveva letto alcuni libri e faceva a pugni con gli interni della Trump Tower. Era un trumpista acquisito, non un nativo, e Trump ha da diversi decenni la tendenza a stancarsi e a sbarazzarsi delle persone che non si è scelto e che non hanno il marchio del sangue, unica reale prova di fedeltà.

  

Bannon era stato assunto e investito di poteri inusitati in virtù del ruolo strategico fondamentale della famiglia Mercer e non a caso contro il consiglio di tutti i vecchi amici di Donald, a partire da Roger Stone, il pupillo di Nixon con cui Trump ha condiviso mille battaglie. Sono le stesse persone che il presidente ha chiamato per un consulto prima di decidersi a congedare Bannon, e tutte hanno espresso la loro opinione contraria a un personaggio che nasce avulso dal bestiario trumpiano classico. Poche ore prima che il divorzio diventasse pubblico, Bannon e Mercer si sono incontrati per parlare di un futuro dove ufficialmente il magnate e l’ex stratega remano dalla parte dell’Amministrazione; in realtà è il primo atto di una guerra fra clan.

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