Perché i terroristi vogliono che si parli di loro

Debole sul campo di battaglia, lo Stato islamico cerca copertura mediatica. L'alternativa è essere costretti a sparire

Perché i terroristi vogliono che si parli di loro

Manifestanti pro-Isis a Mosul tre anni fa (Foto Ap)

Roma. Lo Stato islamico continua a perdere terreno in Siria e Iraq, è stato sconfitto a Mosul e ha subìto una drastica riduzione del flusso di foreign fighters. Eppure esistono ancora persone disposte a farsi ammazzare pur di portare avanti l’utopia islamista fuori dai confini della Siria, come accaduto a Barcellona. Mathieu Guidére, professore all’Università di Paris VIII ed esperto di radicalismo islamico, spiega al Foglio che proprio la debolezza dello Stato islamico favorisce ulteriori attentati suicidi: “E’ vero, l’utopia è finita, lo Stato islamico è sconfitto. Tuttavia è allo stesso tempo cresciuto il bisogno di pubblicità: se, complice la ritirata in Siria, in occidente smettiamo di parlare del terrorismo jihadista, ecco che la loro propaganda s’inceppa, hanno più difficoltà a reclutare, sembrano finiti. Questi attacchi sono necessari dal loro punto di vista perché alzano l’attenzione mediatica, fanno sì che si continui a parlare di loro, dimostrano che esistono, che non sono scomparsi”.

  

L’attacco non sembra preparato alla perfezione come quello del 13 novembre 2015 a Parigi, ma nemmeno un’iniziativa solitaria come quella del 14 luglio 2016 a Nizza: “A Barcellona si sono incontrate le due componenti che finora avevamo visto in azione”, spiega Guidére “hanno agito sia potenziali lupi solitari, radicalizzati in autonomia e senza legami diretti con lo Stato islamico, sia uomini di origine europea o marocchina che hanno combattuto in Siria e in Iraq e ora sono tornati per compiere attentati come questo”.

  

La Spagna non è il primo paese che viene in mente quando si immagina un possibile obiettivo dello Stato islamico: non è un perno della coalizione internazionale in Siria e ha un ruolo molto marginale in Iraq. Eppure ha una presenza jihadista notevole, e ha subìto un attacco violentissimo: “Non è certo per il suo ruolo in medio oriente che la Spagna è stata colpita, ma per i suoi legami con il Marocco”, nota il professore, “gli spagnoli controllano ancora due città in Marocco, Ceuta e Melilla: questo attentato può rappresentare la vendetta per la presenza spagnola nel Maghreb”. Sono sempre di più i paesi europei a essere colpiti, è possibile che i terroristi inizino ad attaccare in tutta Europa, scegliendo semplicemente il paese che ritengono più impreparato? “No, non credo” risponde Guidére, “i terroristi cercano uno stato che abbia avuto un ruolo in medio oriente o dei legami con il mondo arabo”. L’Italia non è stata finora toccata dagli attentati, possiamo dire che non sia un bersaglio? Sarà colpita proprio perché costituisce un obiettivo sensibile: ha un numero di migranti eccessivo da gestire e gioca ruolo molto attivo in Libia e in Siria. Gli islamisti ragionano ancora in termini di bersaglio, paesi periferici come il Portogallo o la Polonia, per fare degli esempi, non avrebbero la stessa copertura mediatica, che invece è proprio quanto cercano gli attentatori. L’Italia, purtroppo, è un bersaglio perfetto”. Per l’attentato è stato ancora una volta utilizzato un veicolo: è possibile difendersi da “armi” del genere? “Non mi stupisce che le auto e i camion siano diventati le armi preferite dai terroristi: il mezzo è facile da reperire e difficile da scoprire; soprattutto le città europee non si sono dotate di dispositivi di sicurezza efficaci. Non c’è bisogno di fare come in Israele, dove i dissuasori di cemento armato proteggono persino le fermate degli autobus, basterebbe mettere in sicurezza le aree pedonali impedendo l’ingresso dei veicoli di qualunque tipo”.

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