Gary Cohn. Foto Pool/ABACA

2017: Fuga da Donald

Alberto Brambilla e Ugo Bertone

Lontano dalla caotica corte di Trump, il grande business può rifugiarsi alla Fed se a guidarla sarà il Goldman-boy Cohn

Roma. Gary Cohn, consigliere economico di Donald Trump, ha incassato in silenzio i consigli sia di chi gli suggeriva di tener duro sia di chi gli proponeva di fare le valigie. Intanto i big dell’economia avevano già abbandonato i comitati voluti – proprio su suggerimento di Cohn – dal presidente americano per avvicinare l’America del business a Washington. Poi, alla fine di un giovedì di fuoco, mentre Wall Street vacillava sgomenta all’idea che l’ex pupillo di Goldman Sachs stesse per dare le dimissioni, è uscita a sorpresa una dichiarazione della Casa Bianca: il responsabile del National Economic Council – recitava un’insolita nota – non intende dimettersi. Al fondo del dissidio c’è lo scontro tra Cohn, leader delle colombe, e il superfalco, Stephen Bannon. E a spuntarla è il Goldman-boy dal momento che – come confermato dalla Casa Bianca – la destituzione di Bannon è decisa.

  

Questa settimana Bannon aveva detto di combattere ogni giorno “una guerra contro la lobby composta dal Tesoro, Gary Cohn e Goldman Sachs”, dove pure lui ha lavorato negli anni Ottanta, per poi odiarla. L’ondata di dimissioni dei ceo dalle commissioni istituite dalla Casa Bianca ha spinto Trump a fare terra bruciata dei rapporti con una bella fetta dell’economia americana: non solo la Silicon Valley, ma anche l’industria farmaceutica, l’elettronica e perfino la Disney. E’ saltato, ancor prima di nascere, il forum sulle infrastrutture in cui tanto confidavano Cohn e il segretario al Tesoro Steven Mnuchin, altro Goldman-man, per dare una spinta alla congiuntura. Bannon voleva dare la spallata finale a Cohn, il quale conta sul sostegno di Ivanka Trump e del genero del presidente Jared Kushner. Plasmato dalla lunga gavetta che ha permesso all’ex bambino dislessico figlio di un elettricista di scalare in un quarto di secolo la gerarchia di Goldman fino alla poltrona di numero due, Cohn non si è tirato indietro e ha avuto la meglio. Ora può puntare più in alto: in palio c’è la carica di presidente della Fed. Trump dovrà scegliere presto il successore di Janet Yellen, in scadenza a febbraio 2018. Una conferma di Yellen è in teoria possibile ma è in realtà molto difficile che Trump lasci ai democratici una carica così pesante. A metà luglio, poi, uno scoop di Politico.com, ripreso senza smentite da tutti i media, dava per scontata la designazione di Cohn, l’uomo giusto per suggellare l’amicizia tra il presidente e il mondo degli affari. Chi meglio di lui per cominciare a smontare le regole introdotte dopo il crac del 2008 e che i grandi banchieri vedono ormai come il fumo negli occhi? Certo, per occupare quel posto Cohn avrebbe dovuto abbandonare gli altri dossier, riforma fiscale in testa, affidatigli da Trump. Ma la Fed, da cui passa buona parte delle decisioni che coinvolgono la Corporate America, vale bene quel sacrificio. Dal vertice della Banca centrale Cohn potrebbe continuare con efficacia la – sua – guerra alle idee di Bannon, condivise da Trump, contrastando l’avvio della guerra a suon di dazi con la Cina oppure la frattura con Canada e Messico. Più ancora, l’ex banchiere d’affari può diventare punto di riferimento per quei repubblicani inorriditi dai commenti di Trump dopo Charlottesville e che non intendono schierarsi in una presunta guerra tra Wall Street e Main Street, la cosiddetta economia buona dei piccoli commerci spazzati via da Amazon e delle tute blu delle miniere di carbone, nemiche del climate change. Ecco perché Cohn ha resistito nella corte più turbolenta della storia americana, e una volta alla Fed potrà dare un riparo sicuro ai Re di denari. 

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