Il cartello della Jonica

Droga, soffiate, sbirri corrotti e voli intercontinentali. Sembra un romanzo, ma è la vera storia di come la ’ndrangheta calabrese ha colonizzato Griffith, Australia

Il cartello della Jonica

Stai percorrendo la Statale 106 Jonica da Reggio Calabria a Locri in un tardo pomeriggio d’estate di metà anni Ottanta, e sai di essere nell’epicentro.

 

I sequestri di persona si contano nell’ordine del centinaio, a fine decennio toccheranno quota 180. All’imbrunire, sulla costa e lungo le strade dirette verso l’Aspromonte percepisci un traffico continuo di auto e moto a fari spenti. Si dice che alcuni ostaggi siano arrivati a bordo di motoscafi, qualcuno viene trasportato di nascosto nelle betoniere.

 

Dagli incroci più solitari a volte spuntano uomini immobili, nel buio.

Locride. Anni Ottanta. La geografia segreta della criminalità sta affrontando uno spostamento immane, fino agli antipodi

Flashback: warmnights, almostleftbehind: mentre Cyndi Lauper e Madonna combattono per il vertice della classifica la radio trasmette le ultime dalla guerra in corso. Nell’85 qualcuno ha fatto esplodere l’auto blindata di Antonio Imerti, due giorni dopo i suoi uomini hanno ucciso Paolo De Stefano e subito dopo il contagio è divampato da ovest a est, da Reggio attraverso la Piana di Gioia Tauro fino alla Locride. Tutte le famiglie sono state costrette a schierarsi, si spara per strada ogni giorno.

 

Il mare a destra, le colline a sinistra e i raggi del sole che tagliano l’orizzonte, attraversi paesi che puoi snocciolare a memoria come fanno le vecchie in chiesa coi grani del rosario – Lazzaro, Melito Porto Salvo, le lugubri cinque rocce del villaggio fantasma di Pentidattilo dove già nel 1686 i marchesi Alberti venivano sterminati dai rivali di Montebello Jonico.

 

Poi San Lorenzo, Condofuri, Bova Marina, Palizzi Marina, il faro di Capo Spartivento e dopo qualche chilometro sei definitivamente nella Locride.

 

Brancaleone Marina, Africo Nuovo, Bianco, Bovalino Marina, Ardore Marina, Locri, Siderno.

 

Sai individuare i cambi di accento da un paese all’altro.

 

Sai che a ognuno di questi paesi corrisponde una geografia segreta che li collega ai villaggi della montagna, una corrispondenza costituita da intrecci di cognomi e genealogie fino a punti sulla mappa che incutono paura solo a nominarli.

 

Platì.

 

San Luca.

 

Nel 1994 il tribunale di Reggio Calabria stabilisce l’intera filiera: la dinamo degli investimenti a Griffith si trova sulla Statale 106 Jonica

Sai di essere nell’epicentro.

 

Ma ignori che proprio in questi anni la geografia segreta sta definitivamente affrontando uno spostamento tettonico immane, fino agli antipodi.

 

La ’Ndrangheta è andata downunder.

“Welcome to Griffith- We’re a tidy town”, recita il cartello ai confini municipali: Griffith è una cittadina di 20 mila abitanti fondata 101 anni fa nel Nuovo Galles meridionale al centro della Riverina, la zona agricola più importante di tutta l’Australia. Simile all’asta di un tridente, dista tra i 350 e i 500 chilometri da tre grandi città costiere, Sydney, Melbourne e Camberra. Già dal 1977 sembra evidente che a Griffith non si coltivano solamente frutta e verdura, e che i camion in partenza ogni giorno dai capannoni non trasportano solo generi alimentari, tanto che il governo istituisce la Woodward Royal Commission into Drug Trafficking per fare luce sui legami tra la polizia locale e i trafficanti che stanno riempiendo le metropoli di cannabis e marijuana.

 

La Commissione nasce dopo che i trafficanti hanno alzato il tiro con quello che a distanza di quarant’anni precisi è ancora un omicidio irrisolto: la sera del 15 luglio 1977 Donald Mackay sparisce dal parcheggio di un hotel di Griffith, dopo una serata trascorsa a bere con amici. Intorno alla sua auto vengono trovate alcune macchie di sangue e diversi bossoli calibro 22, ma il luogo dove giace il suo cadavere rimane ancora oggi sconosciuto. Quarantaquattro anni e una faccia da ragazzino, imprenditore locale, politico del Liberal Party, Mackay aveva individuato e indicato la posizione di diversi campi di marijuana della zona ai detective dell’antidroga di Sydney, che nel 1975 mettono a segno un sequestro del valore di alcuni milioni di dollari australiani, e arrestano quattro uomini di origine calabrese. Il nome di Donald Mackay dovrebbe rimanere secretato tra i verbali, ma un agente lo svela agli imputati durante il processo. La Commissione conclude che i mandanti dell’omicidio sono Francesco, Antonio e Domenic Sergi, Frank “Litte Trees” Barbaro e Robert Trimbole detto “Aussie Bob”, un ristoratore parente dei Barbaro che vive in una villa soprannominata nella zona “Il Castello dell’Erba”, ma ognuno di loro ha un alibi perfetto – mentre Mackay muore qualcuno si sta facendo addirittura un bicchiere coi suoi amici poliziotti – e la Commissione non ha poteri giurisdizionali.

 

A uno sguardo superficiale la saga della ’ndrangheta in Australia somiglia molto a un vero un processo di colonizzazione

Geografie segrete, intrecci tra alberi genealogici, cognomi ricorrenti.

 

Nel 1979 per quegli investigatori australiani che non sono sul libro paga dei calabresi il paese d’origine dei sospetti è privo di qualsiasi significato, i loro gradi di parentela sono irrilevanti e nessuno è in grado di mettere in relazione le coltivazioni del luogo con un reato sempre più frequente a 15 mila chilometri di distanza. Solo nel 1994 una sentenza del tribunale di Reggio Calabria stabilisce con precisione l’intera filiera: la dinamo degli investimenti a Griffith si trova sulla Statale 106 Jonica, i campi vengono acquistati e coltivati a marijuana con i riscatti dei sequestri di persona in Calabria.

Nel frattempo, però, Aussie Bob sta diversificando gli investimenti, ed entra indirettamente nel settore dell’eroina grazie alla collaborazione con Mr. Asia. Marty Johnstone è un neozelandese che vive a Singapore e vanta contatti con “Chinese Jack” Choo, un singaporiano di etnia cinese a sua volta in rapporti con un signore della guerra del sud-est asiatico che controlla vaste distese di piantagioni di oppio. I primi carichi di eroina arrivano in Australia a bordo di un peschereccio, il Konpira, ma i metodi sono ancora dilettanteschi. E’ solo dopo l’incontro tra Trimbole e Mr. Asia Johnstone che i calabresi mettono a disposizione la loro rete di trasporto e distribuzione già collaudata con la marijuana. Trimbole – che in realtà si chiama Trimboli, e su questo errore dell’anagrafe australiana ci gioca per anni – presenta Mr. Asia e i suoi a Brian Alexander, un avvocato di Sydney che conosce molti poliziotti corrotti. I ragazzi si bucano a Sydney, a Camberra, a Melbourne, ad Adelaide, a Brisbane. Gli uomini del giro di Mr. Asia guadagnano centomila dollari australiani a settimana. Il giornalista neozelandese Pat Booth e la sua squadra li smascherano in una serie di reportage investigativi, e tra i trafficanti scoppia una faida che si conclude con una raffica di morti e arresti.

 

Marty Johnstone viene ucciso in Gran Bretagna a soli 29 anni. Aussie Bob Trimbole fugge prima in Irlanda e poi in Spagna, inseguito dai sospetti sull’omicidio Mackay e su altri delitti, e muore di infarto ad Alicante nel 1987, proprio al culmine della seconda guerra di ’ndrina in Calabria. I suoi funerali celebrati a Sydney conquistano l’apertura dei telegiornali australiani: i partecipanti si avventano sui giornalisti, li spintonano, fracassano le telecamere.

 

Mentre percorri la Statale 106 Jonica in quel tardo pomeriggio di metà anni Ottanta forse inizi a percepire dei segnali. In alcuni dei paesi che attraversi, a fianco ai soliti bar-pasticceria che servono granite compaiono – o compariranno da qui a qualche anno – locali tutti nuovi. “Bar Sydney”. “Caffè Melbourne”. “Australian Pub”. Ai tavoli e al bancone uomini con la pelle cotta dal sole parlano tra loro in una specie di broccolino d’Australia. Ordinano una painta di FourX, dicono li giorni e l’ambiento. Scambi. Scambi vertiginosi lungo assi che corrono sottotraccia dalla Jonica al Victoria o al Nuovo Galles Meridionale.

 

“’Nc’isciuppu a testa, m’u mangiu, ‘N c’i dici ca poti jiri mi si pigghia ‘u fuckin’ tambutu e mu su presenta, cavaju ‘ddani cu’ fuckin’ pulizzamma e m’u fuckin’ pighhiu e m’u fuckin’ levu”.

 

“Non cugghiunari assai cu’ mmia, capiscisti? Ti pari chifuckin’ Melbourne esti u fuckin’ toi? I’mfuckin’ responsible for fuckin’ Melbourne. Melbourne esti u meue non esti ‘i fuckin’ Pascali”: questi due esempi di Australian Broccolino – che depurati dalla f-word e dalle profanità rivolte a San Rocco significano più o meno: “Gli stacco la testa, me lo mangio. Puoi dirgli di prendersi la bara e prepararsela, perché vado lì con il fuoristrada, lo prendo e me lo porto via” e “Non devi fare troppo il coglione con me, hai capito? Ti sembra che Melbourne è tua? Io sono il responsabile per Melbourne. Melbourne è mia, non è di Pasquale” – provengono dalle intercettazioni che l’Australian Federal Police ha disposto nel 2008 nei confronti di Francesco “Frank” Madafferi, un personaggio chiave per ricostruire i movimenti delle ’ndrine australiane dai primi anni Novanta a oggi. Eppure, prima dell’Australia “Frank” ha già una lunga storia che riconduce sempre allo stesso epicentro: anni Ottanta, provincia di Reggio Calabria. Nato nel ’61 a Oppido Mamertina – uno di quei paesi con il Bar Sydney a fianco al Circolo Operaio – tra i 19 e i 25 anni Francesco-non-ancora-Frank viene arrestato per aggressione, porto abusivo di arma da fuoco e detenzione di stupefacenti, finché nell’86 non finisce in carcere per il sequestro di Angela Mittica, la figlia del sindaco locale. Nell’89 – due anni prima della fine della guerra di ’ndrina in Calabria, conclusa con un accordo tra le famiglie – Francesco fugge a Melbourne e si ricongiunge con il fratello maggiore Tony, diventato ricco con una catena di rivendita di frutta e verdura. Nell’ambiente del mercato ortofrutticolo di Melbourne sono già stati commessi alcuni omicidi e dal ’98 al 2010 in città scoppia una guerra tra schieramenti: i calabresi del mercato, il sindacato dei portuali controllato dagli irlandesi della famiglia Moran, la “Carlton Crew” che riunisce calabresi, australiani e qualche siciliano, e la gang del bulgaro Nik Radev. Nell’arco di 12 anni si conteranno 36 cadaveri.

 

In un’indagine della polizia che arriva fino in tribunale prima dell’archiviazione per insufficienza di prove, i fratelli Madafferi vengono sospettati di omicidio, estorsione e incendio doloso, ma già nel ’96 Frank deve affrontare un’insidia che lo condurrà nelle stanze più esclusive e discrete della politica australiana: l’ufficio immigrazione ha scoperto i suoi precedenti e ha emesso un ordine di espulsione. I fratelli Madafferi iniziano una serrata attività di lobbying, si rivolgono all’immobiliarista Pasquale Sergi – parente, non solo omonimo degli uomini coinvolti nell’omicidio Mackay – e riescono a infiltrarsi nel Millennium Forum, una raccolta fondi organizzata dal Liberal Party con la quale avvicinano tre parlamentari locali e il neoministro per l’Immigrazione, Amanda Vanstone. L’ordine di espulsione viene ritirato. Frank Madafferi è pronto per partecipare all’operazione più ambiziosa di tutte: l’approdo sulle coste australiane del più imponente carico di droghe sintetiche mai trasportato sul pianeta.

 

A uno sguardo superficiale la saga della ’ndrangheta in Australia somiglia a un processo di colonizzazione: un gruppo coeso da lingua, usanze e istituzioni proprie si sposta in un territorio lontano e finisce con lo stabilire centri dove si applicano leggi allogene che forgiano anche la società colonizzata. I Barbaro, i Madafferi, i Sergi degli anni Settanta si muovono come la Compagnia britannica delle Indie orientali o la Compagnia francese di Santo Domingo del Seicento, portano prima il commercio e poi le armi per difenderlo ed espandersi. Ma l’Australia non è mai stata innocente.

 

Uno che negli anni Ottanta l’eroina di Trimbole e soci la conosceva molto da vicino come Nick Cave, rievoca spesso nelle sue canzoni Ned Kelly, l’incarnazione del bushranger, il fuorilegge capace di sopravvivere nell’Outback diventato la quintessenza dell’eroe popolare per una nazione che almeno fino agli anni Cinquanta rimuoveva dal dibattito pubblico le sue origini di colonia penale costruita dagli indesiderabili dell’Impero britannico. Oggi si calcola che circa il 20 per cento degli australiani discenda dai deportati, rintracciare tra i propri antenati un prigioniero politico irlandese o un higwayman malavitoso del Derbyshire è considerato chic, e le periodiche ondate di criminalità e corruzione vengono affrontate senza equivoci sulla natura della società australiana.

 

Una notte del giugno 2007 gli uomini dell’Australian Federal Police fanno irruzione al terminal smistamenti del porto di Melbourne, forzano il container siglato MEDU1250218 scaricato dalla nave MV Monica proveniente dall’Italia, aprono le oltre 3 mila latte di pomodoro stipate all’interno del cargo e sequestrano il contenuto: 15 milioni di pastiglie di ecstasy per un peso di 4,4 tonnellate e un valore approssimativo di mezzo miliardo di dollari australiani, circa 300 milioni di euro al cambio attuale. Dopo il sequestro gli investigatori del Detective Superintendent Matt Warren lasciano il container nel suo lotto e iniziano ad aspettare. Anche se i destinatari si nascondono dietro un inesistente “Mr. Romeo”. Warren deve solamente sorprenderli al momento del ritiro per ottenere la prova definitiva delle indagini in corso da mesi: è sicuro che l’organizzatore dietro al più grande carico di ecstasy mai individuato al mondo sia Pasquale “Muscles” Barbaro, figlio di quel Francesco “Little Trees” Barbaro coinvolto nell’omicidio Mackay. Frank Madafferi è il cofinanziatore dell’operazione, con l’accordo di esclusiva sullo spaccio a Melbourne.

 

Giugno 2007. Il più grosso carico di extasy del mondo. Ma nessuno si presenterà mai a ritirare il container ormai vuoto

Per uno scherzo del destino nessuno si presenterà mai a ritirare il container ormai vuoto: Barbaro non riceve conferma della consegna, inizia a temere un furto del carico o un’operazione della polizia, diventa nervoso col passare delle settimane, è costretto a volare fino in Calabria per una trattativa con gli esponenti delle famiglie che dalla Jonica avevano garantito la produzione delle pasticche in Belgio e la partenza del cargo dall’Italia. Al rientro in Australia si lancia in frenetiche operazioni di spaccio per saldare il debito, mentre i rapporti con Madafferi e gli altri complici diventano sempre più tesi, e arriva a improvvisarsi fonte anonima per convincere il giornalista investigativo Nick Mckenzie a pubblicare articoli sul sequestro del container – uno stratagemma rivolto alla Calabria per allontanare da sé i sospetti di tradimento. Tutta questa attività viene documentata dall’Afp, che dopo un anno ha finalmente accumulato prove sufficienti: nel luglio 2008 gli agenti entrano in azione a Melbourne, a Griffith e in altre città australiane arrestando trentadue persone. Barbaro e Madafferi subiscono condanne a decine di anni di carcere, ma le terze e quarte generazioni sono già in pista per proseguire il business di famiglia. Gente come Pasquale “Pat” Barbaro, il tatuato figlio del fratello di Pasquale “Muscles” Barbaro, uno che imitava Vin Diesel nel look e nello stile e dopo alcune condanne per produzione e spaccio di metanfetamine verrà ucciso a Melbourne nel novembre 2016. O come l’altro rampollo indicato in alcuni scambi di dossier tra l’Australian Federal Police e gli investigatori italiani, che nel 2010 sarebbe riuscito addirittura a ottenere un ruolo all’Ambasciata australiana a Roma. Gente che forse aveva ruoli di raccordo come Joseph Acquaro, avvocato di Madafferi e soci ucciso a Brunswick East, Melbourne, nel marzo dello scorso anno. Tutti coltivano rapporti privilegiati rigogliosi come le campagne di Griffith: ai primi di agosto il parlamentare Matthew Guy, un esponente del Liberal Party dato per favorito al seggio di premier dello stato di Victoria, finisce al centro di uno scandalo per la cena elettorale che si è tenuta nell’aprile scorso nel lussuoso ristorante Cave Lobster di Melbourne. Tra i commensali c’è Tony Madafferi, che a 66 anni non è più solo un ricco rivenditore di frutta e verdura ma vanta ormai un patrimonio personale di 50 milioni di dollari e diverse catene di ristoranti. A differenza del fratello Frank, “Uncle” Tony non ha mai ricevuto alcuna incriminazione, ma forse qualcosa sta iniziando a scricchiolare se all’inizio dell’anno il Crown Casino e l’ippodromo di Melbourne lo hanno dichiarato persona non grata, e i rapporti di polizia che lo definiscono senza mezzi termini coinvolto nelle attività del fratello e negli omicidi al mercato degli anni Novanta filtrano ogni giorno sulla stampa australiana. Matthew Guy nega di sapere chi era Tony Madafferi, i Laburisti attaccano i Liberali per la loro vicinanza ai boss, i Liberali sostengono di avere le prove che i Laburisti ricevono finanziamenti da figure criminali calabresi almeno dagli anni Settanta. In Australia la ‘ndrangheta è diventata un tema elettorale.

 

Alla fine del tuo viaggio sulla Statale 106 riaffiorano ricordi semisepolti. Tizi che fumano alla luce dei neon colorati di quel pub australiano aperto e chiuso nel giro di un’estate nel paese di tua madre. Un tizio appena rientrato da Griffith ucciso poco distante nel giugno ’82. Un palazzo sequestrato a Bovalino Marina e il proprietario fuggito nel Victoria il giorno dopo.

 

Il clima degli anni Ottanta sulla costa Jonica si riverbera a decenni e a migliaia di chilometri di distanza.

 

La Statale 106 come punto da cui si irradiano e sul quale convergono spirali vorticose di storie, nomi, parentele, alleanze, rivalità, accordi, contanti, date di arresto, date di morte.

 

Sei nell’epicentro, e le onde si sono estese ovunque.

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