Emmanuel Macron (foto LaPresse)

Dicono che Macron ha già deluso. Dicono

Giuliano Ferrara

Può darsi che la vecchia Francia delle ideologie e dello stato padre se lo scrolli di dosso alla prima occasione barricadera, ma per adesso ci andrei piano, pianissimo, quasi fermo

Macron ha già deluso. Lo dicono i sondaggi. Un po’ prestino sembrerebbe, ma in serie gli ultimi presidenti (Chirac, Sarkozy e Hollande) hanno fallito la prova della famosa luna di miele con l’opinione nei primi mesi, e quelli di Macron sono tre, tre mesi. Ci andrei piano, prenderei la cosa con le molle. Il buon giornale dell’opposizione trotzkista, Médiapart, e il buon filosofo e analista della destra sovranista e populista, Alain de Benoist, scommettono all’unisono, ma con argomenti ovviamente distinti, sul fallimento. Il risultato elettorale, dicono, è atipico, Macron è espresso da una minoranza reale, che soltanto grazie al sistema elettorale si trasforma in una maggioranza legale, una situazione acrobatica (in realtà è una situazione tipica della V Repubblica, sebbene stavolta si sia realizzata in misura più cospicua, dato che l’appello di Macron era totalmente inedito e la caduta di gaullisti e socialisti senza precedenti). E’ vero che il blocco sociale del nuovo presidente ha una natura ristretta, e secondo le teorie dominanti esprime i vincenti cosiddetti della globalizzazione, lasciando fuori la vasta Francia periferica sottorappresentata in un’Assemblea nazionale che per varie ragioni, anche queste però non nuove e parte del paradigma repubblicano, ha poco da dire in termini di governabilità indipendente del legislativo. E’ vero che governare da sinistra e da destra insieme in Francia è un’eresia storica.

 

Due notazioni. Macron non ha cominciato con le promesse a vanvera, come i suoi predecessori, ma con una piattaforma antidemagogica. I vincoli europei, la ripresa dell’economia aperta al mercato e alle sue leggi (con una frustata ultraliberale in un paese non liberale, è l’idea di de Benoist e di Médiapart), una presidenza verticale che lascia poco spazio a una generica “partecipazione” e taglia fuori esasperandole opposizioni scalpitanti e alla ricerca di un loro spazio nella crisi di socialisti e destre tradizionali, una febbre che corre dalla sinistra bolivarista di Mélenchon al mondo lepenista. L’incorporazione nel diritto ordinario dell’eccezionalismo antiterrorista preoccupa (i libertari e i destri a diverso titolo). L’attitudine jupitérienne, cioè distante e non petulante, del nuovo capo dell’Eliseo spiazza, e la esibizione di una grande sicurezza di sé e del ruolo della Francia nella politica di potenza, anche questo fa venire i brividi ai polsi di chi detesta una politica estera attivistica (trotzkisti) e ne nega la titolarità al giovanissimo emulo del gaullismo e del mitterrandismo (lepenisti). E’ anche innegabile che le idee europeiste con cui Macron ha vinto hanno diviso i suoi avversari e determinato le condizioni della vittoria, ma senza una forte ripresa economica e un quadro internazionale che le legittimi possono risolversi in velleità. Tuttavia basta guardare alla Polonia, dove montano e si irrobustiscono i movimenti contrari alla destra antieuropea (up to a point) al governo, e si vedrà che la scommessa di Macron non era così campata per aria, mentre sono e restano campate per aria le pulsioni antieuro e antiliberali che non abbiano un’ossatura di programmi e scelte di governo (guardate che fine ha fatto il caro Varoufakis con la sua idea mitomaniaca e vanitosa di rappresentare il rinnovamento della sinistra europea su posizioni antiliberali e perfino banalmente classiste e antiglobalizzatrici).

 

Insomma, piano con questa storia che Macron ha deluso. Il suo orizzonte precostituito, il suo modo di essere presidente, il suo stile, ha certo qualcosa di fragile, nasce da un azzardo riuscito non da un’ondata politico-istituzionale identitaria come quella che portò de Gaulle al potere sulle ceneri della IV Repubblica, ma l’assenza di alternative sovraniste serie non è una cosa da niente, e non è da trascurare la profondità della caduta delle forze tradizionali alle quali Macron ha dato una legnata gettando alla loro ala riformatrice un’ancora di salvezza. Dicono che è il presidente dell’1 per cento, che alla ripresa prenderà una botta violenta sulle ordonnances con cui vuole ristrutturare il codice del lavoro, che è il presidente degli alti funzionari, di quelli che hanno fatto buone scuole, dei ricchi e degli investitori internazionali. Vabbè, nessuno è perfetto, una riverniciata solidale e antagonista Macron difficilmente se la potrebbe dare, il suo progetto è quel “gerne leben”, vivere tranquilli e  sereni,  che incanta gli elettori tedeschi in bocca alla cara Mutti. Può sempre essere che la vecchia Francia delle ideologie e dello stato padre se lo scrolli di dosso alla prima occasione barricadera, ma per adesso ci andrei piano, pianissimo, quasi fermo. 

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.