Il Kenya al voto con la paura di nuovi scontri

In uno dei paesi africani più avanzati sfida tra il presidente uscente Uhuru Kenyatta e lo storico capo dell’opposizione Raila Odinga. Dopo una campagna segnata da episodi di violenza ora c'è timore per quello che succederà

Il Kenya al voto con la paura di nuovi scontri

(foto LaPresse)

Roma. Per molti keniani il nane nane – “otto/otto”, il giorno delle elezioni – è iniziato parecchio prima dell’alba, ora prevista per l’apertura dei seggi (le 5 del mattino in Italia). Già durante la notte, infatti, davanti alle quarantamila postazioni elettorali allestite nel paese africano hanno iniziato a formarsi file lunghe ma ordinate di cittadini in attesa di votare: sono oltre 19 milioni quelli iscritti alle liste, che dovranno scegliere i loro rappresentanti al Senato e alla Camera e i governatori delle otto province, ma soprattutto il nuovo presidente della Repubblica.

 

A contendersi la massima carica ci sono otto candidati, ma sono due quelli che si giocano la vittoria, in un remake del voto del 2013 e continuando una sfida familiare nata negli anni Sessanta: il presidente uscente – figlio del primo leader del Kenya indipendente – Uhuru Kenyatta, 55 anni, leader della Jubilee Alliance, e lo storico leader dell’opposizione, il settantaduenne Raila Odinga: figlio del primo vicepresidente keniano, partecipa per la quarta volta alle elezioni alla testa della National Super Alliance (Nasa). Secondo i sondaggi più recenti i due sarebbero molto vicini e ci sarebbe la concreta possibilità di dover ricorrere al ballottaggio, previsto se nessuno dei candidati raggiunge il 50 per cento dei suffragi e il 25 per cento in almeno 24 delle 47 contee del paese. I risultati dovrebbero essere resi noti mercoledì.

 

Il leader dell’opposizione – personaggio controverso, amato e odiato in eguale misura dai keniani – ha fatto promesse impegnative, proponendosi come il nuovo Giosuè che avrebbe portato il popolo verso la salvezza (l’hashtag più usato dalla sua campagna è stato #ReadyForCanaan): combattere la diffusissima corruzione, assicurare a tutti cibo e servizi sanitari, sradicare la povertà e ridurre il debito pubblico - che dal 2013 è raddoppiato fino ad arrivare al 53 per cento del Pil. Kenyatta, il cui mandato è stato caratterizzato da grandi scioperi e accuse di corruzione, cerca di farsi rieleggere “per portare a compimento il lavoro”, rivendicando i risultati raggiunti durante il suo mandato. Dal 2013 il paese è infatti cresciuto in media del 5 per cento all’anno, soprattutto grazie al settore tecnologico e alla realizzazione di grandi opere infrastrutturali, tra cui la ferrovia Mombasa-Nairobi costruita grazie a massicci investimenti cinesi. Opere i cui benefici però sono arrivati alla popolazione solo in minima parte, con una disoccupazione che resta molto alta specialmente tra i giovani. Perciò Kenyatta promette di creare 1,3 milioni di impieghi, oltre a rendere gratuite l’istruzione superiore e le cure sanitarie per gli anziani e aumentare la produzione agricola.

 

Nonostante l’apparente tranquillità, il Kenya è arrivato al voto in una situazione tesa, tanto che il governo ha dispiegato 180 mila soldati come misura precauzionale: negli scorsi mesi ci sono state infatti diverse proteste, che in alcuni casi hanno provocato dei morti. Il 31 luglio poi è stato trovato ucciso Chris Mando, il responsabile del sistema informatico con cui si svolge il voto – basato su dei tablet che riconoscono gli elettori dai loro dati biometrici e trasmettono direttamente i risultati a un server centrale attraverso la rete mobile 3G, la cui sicurezza è garantita da giganti dell’informatica come IBM o Dell. Sistema reso possibile dal fatto che il Kenya è uno dei paesi africani in cui la rete mobile e Internet sono più diffusi: e non a caso la campagna elettorale è stata caratterizzata, oltre che dalle violenze, da una massiccia diffusione di fake news attraverso i social network.

 

Il timore diffuso è che possano succedere degli scontri simili a quelli seguiti alle elezioni del 2007, che esplosero dopo la denuncia dell’opposizione - guidata anche allora da Odinga - di brogli a favore del presidente eletto Mwai Kibaki. Ci furono circa 1.100 morti e 600 mila sfollati, e il paese, uno dei più economicamente avanzati e politicamente stabili dell’Africa orientale, piombò in una gravissima crisi umanitaria. E se alle elezioni del 2013 la parola d’ordine dei candidati era stata quella della pacificazione, i toni di questa campagna sono stati molto più accesi: ancora pochi giorni fa, infatti, Odinga ha detto all’agenzia Reuters che l’unico modo di vincere le elezioni per il partito al governo “è quello di manipolare i risultati”.

 

In questi ultimi giorni, negli slums delle principali città molti keniani hanno fatto scorte di cibo (e in qualche caso di armi) preparandosi a restare chiusi in casa. Tantissimi altri sono invece ritornati a votare nelle aree rurali di cui sono originari per premunirsi contro eventuali scoppi di violenza. E ieri, mentre Kenyatta ha invitato gli elettori ad andare a votare “in grande numero” ma “in pace”, si è fatto sentire anche Barack Obama: l’ex presidente degli Stati Uniti, il cui padre era di origini keniane, ha incitato i leader del paese a “rifiutare la violenze, rispettare il volere del popolo e lavorare assieme a prescindere dal risultato”.

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