Kushner scarica Donald Jr. e giura di non sapere nulla sulla collusione con la Russia

Davanti alla commissione Intelligence del Senato il genero di Donald Trump nega di aver avuto contatti impropri diretti e dice di non sapere se altri all’interno della campagna ne hanno avuti

Kushner scarica Donald Jr. e giura di non sapere nulla sulla collusione con la Russia

Jared Kushner (foto LaPresse)

New York. Jared Kushner ha testimoniato davanti alla commissione Intelligence del Senato sui suoi rapporti con la Russia, dando seguito alla promessa di “collaborare volontariamente e fornire al Congresso tutte le informazioni che ha sull’indagine”, come ha detto il suo avvocato, Abbe Lowell. L’interrogazione è avvenuta in una sessione a porte chiuse, ma il genero e supreconsigliere di Donald Trump ha deciso di rendere pubblica la deposizione con cui ha aperto l’incontro. Il documento di undici pagine è il meticoloso tentativo degli avvocati di documentare nei dettagli la questione di fondo: “Non ho avuto contatti impropri, non c’è stata collusione da parte mia né di nessun altro che io sappia all’interno della campagna con alcun governo straniero”. Notare: Kushner nega di aver avuto contatti impropri diretti e dice di non sapere se altri all’interno della campagna ne hanno avuti. Il nome di Kushner è legato a in diversi punti della grande trama elettorale a personaggi connessi con il Cremlino, ma l’ultimo contatto a essere finito sotto lo scrutinio del pubblico – e del procuratore speciale Robert Mueller – è l’incontro, nel giugno del 2016, organizzato da Donald Jr. con un’avvocatessa e un lobbista russo che promettevano informazioni esplosive per incastrare Hillary Clinton.

 

Il materiale, diceva l’intermediario britannico che aveva organizzato il meeting alla Trump Tower, veniva direttamente dal governo russo. A quell’incontro aveva partecipato anche Kushner, e nella deposizione spiega la sua versione dei fatti, buttando tranquillamente a mare il primogenito del presidente. Se per Donald Jr. si trattava di un’iniziativa condivisa con il cognato e con Paul Manafort, allora manager della campagna elettorale, per Kushner era uno strampalato tentativo del primogenito costruito senza la sua approvazione. Nella deposizione Kushner dice che non sapeva nulla della natura dell’incontro, non aveva letto il lungo scambio di email in cui Donald Jr. diceva “I love it” alla prospettiva di materiali scottante contro Hillary, si cura di precisare che è arrivato “un po’ in ritardo” all’appuntamento, cioè dopo che la questione elettorale era stata già sollevata e archiviata, e l’avvocatessa aveva preso a parlare di adozioni. Kushner si presenta così come l’ignaro consigliere catapultato da uno sprovveduto Donald Jr. in un summit di cui non capisce la natura, talmente inutile che manda un messaggio a un assistente, chiedendo di chiamarlo sul cellulare per dargli una scusa per abbandonare la stanza.

 

Inoltre, Kushner ammette che dopo le elezioni gli è stato chiesto di stabilire un canale di comunicazione con Vladimir Putin, e usa questa circostanza per tentare di dimostrare che non c’erano mai state comunicazioni improprie fra la campagna di Trump e il Cremlino prima dell’8 novembre 2016: “Il fatto stesso di chiedere informazioni su come iniziare un dialogo dopo le elezioni dovrebbe essere preso come una prova chiara del fatto che non ero al corrente che esistesse un dialogo in precedenza”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi