Marina Silva, la “grillina” che punta alla presidenza del Brasile

L'ecologista intransigente evangelica militante punta a raccogliere tutti i voti dei delusi del Partito dei lavoratori, più quelli di Lula nel caso in cui venisse condannato

Marina Silva, la “grillina” che punta alla presidenza del Brasile

Marina Silva (foto LaPresse)

Marina Silva, l’ecologista intransigente evangelica militante, si offre a sinistra per le presidenziali brasiliane. Il suo nome è molto popolare. L'ultima volta che s’è candidata da sola, alle penultime elezioni, ha preso 20 milioni di voti senza aver quasi fatto campagna elettorale. Ora punta a raccogliere tutti i voti dei delusi del Partito dei lavoratori, più i voti destinati all’ex presidente Lula nel caso in cui la condanna di primo grado contro di lui a nove anni e sei mesi di reclusione per riciclaggio e corruzione passiva decisa dal giudice di prima istanza Sergio Moro della procura di Curitiba, sia confermata dal tribunale di Appello di Porto Alegre.

 

Pochi gli elementi concreti per azzardare previsioni: quella condanna ha prove molto deboli, finora i giudici di Porto Alegre hanno ribaltato il 54% delle sentenze del giudice Moro nell’inchiesta Lava Jato (la Mani pulite brasiliana), il presidente dell’Appello ha già promesso che la sentenza di secondo grado uscirà prima delle presidenziali del 2018. Un’assoluzione a pochi mesi dal voto riporterebbe probabilmente Lula in volata al Planalto, ma la conferma della sua condanna rischierebbe di mandarlo dritto in galera e comunque fuori dalla corsa alla presidenza.

 

Marina, che tutti i sondaggi fino alla settimana scorsa davano come l’unica candidata in grado di battere Lula al ballottaggio (su di lei convergerebbero i voti della sinistra anti Lula, quelli della estesissima antipolitica brasiliana, più quelli della destra) è rimasta negli ultimi mesi in disparte. Da qualche giorno sta invece mobilitando Rede, il partitino da lei creato per partecipare alle ultime elezioni, preparando i suoi a mettere in piedi la campagna elettorale. Scrive la “Folha de Sao Paulo”: “Il giorno dopo la condanna dell’ex presidente, Marina Silva ha chiamato i leader di Rede al Congresso per parlare dei programmi del 2018. Fino ad adesso enigmatica sulla sua disponibilità a correre per il Planalto, vuole ora allestire una sua agenda da candidata”.

Il grillismo tropicale della Silva propone un'alternativa politica dai contenuti davvero molto vaghi, ma un’immagine mediatica molto facile da spendere. Non si capisce dove la Silva pensi di prendere i soldi per distribuire redditi senza lavoro e per offrire servizi da welfare scandinavo, come è solita predicare, in un paese in cui il boom economico è svanito da anni e quando c’è stato, durante i primi due governi del partito dei lavoratori (2003-2010), è stato un boom di consumi gonfiato dai micro crediti, non un boom di produzione.

 

Ciò nonostante la faccia di Marina sui manifesti saprebbe mobilitare molti mondi: di certo l'astensionismo di protesta, oltre agli evangelici che in Brasile sono un quarto della popolazione e risultano essere irreggimentati nel voto come soldatini fedeli da predicatori molto popolari. Attorno alle chiese evangeliche gravitano milioni di persone nelle periferie delle metropoli e nelle favelas, dove quella evangelica è a volte l'unica forma di comunità organizzata percepibile oltre a quella del narcotraffico.
Il profilo da statista di Marina è tutto da inventare, ma la sua storia personale è da romanzo epico. Una vicenda di riscatto individuale capace di competere sul piano della leggenda pop con quella di Lula, il presidente operaio che sul suo passato di immigrato settenne a San Paolo per sopravvivere, poi lavapiatti, poi tornitore, ha costruito un legame affettivo con mezzo Paese.

 

Marina è nata nello sperduto stato di Acre, nell'Amazzonia profonda, terra indigena al confine con la Bolivia. Era una adolescente analfabeta quando conobbe il movimento degli estrattori di caucciù, guidati da Chico Mendes, amatissimo leader popolare. Mendes fu ucciso nel 1988. Lei prese il suo posto. Lula fece di tutto per avere Marina con sé nel suo primo governo nel 2003. Lei avrebbe dovuto essere la garanzia della veridicità delle promesse del partito dei lavoratori per la prima volta al potere, compresi i piani sulla protezione della foresta amazzonica. Invece, dopo pochi mesi, la deforestazione cominciò a crescere e Marina si dimise. Uscita da sinistra dal governo Lula, ha fondato il gruppo Rede, escluso dalle ultime elezioni per problemi formali. Marina ha finito per correre come vice per il partito socialista. Una tragica vicenda ha fatto sì che il suo nome sostituisse all’ultimo momento quello del candidato presidente socialista sulla scheda elettorale. Non è comunque arrivata al ballottaggio. Questa volta, se le disgrazie giudiziarie di Lula le daranno una mano, potrebbe farcela.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi