Nelle teste della gente di Mosul

La battaglia continua tra nostalgici dello Stato islamico e libertari coraggiosi

Nelle teste della gente di Mosul

Foto LaPresse

Roma. Ricordate la moschea al Nuri di Mosul, da cui Saladino annunciò la guerra contro i crociati e dal cui pulpito Abu Bakr al Baghdadi accettò nel luglio 2014 la responsabilità del titolo di califfo? Si credeva che il predicatore ufficiale della al Nuri fosse stato ucciso dallo Stato islamico, invece si era nascosto, è vivo ed è tornato a vedere le rovine di quella che un tempo era la sua moschea. Ebbene, dopo tre anni sotto il controllo dello Stato islamico e nei primi giorni di libertà ha rilasciato un’intervista in cui spiega con candore che l’idea di un Califfato islamico che governi il destino dei musulmani è di per se corretta, ma lo Stato islamico l’ha applicata male, “con troppa violenza”. Sembra di sentire quei dibattiti tra ideologi del comunismo in cui la premessa indiscutibile era che l’impianto di base è giusto, bisogna soltanto trovare il modo di trasformarlo in realtà. La gente, dice l’imam, era contenta per l’arrivo dello Stato islamico e per l’annuncio del Califfato, poi s’è disamorata nei mesi seguenti, per il regime di violenza troppo aspro. Un ufficiale curdo che comandava un presidio in città nel 2014 conferma al Foglio: “Il nostro avamposto era in una casa affittata, il padrone di casa continuava a dirci con entusiasmo che prima o poi sarebbe arrivato lo Stato islamico, era contento quando fummo costretti a sloggiare durante la caduta della città. Continuammo a parlarci al telefono, qualche mese dopo mi disse: credevo fossero angeli e invece sono diavoli”. Ci sono due spiegazioni possibili per l’indulgenza dell’imam con lo Stato islamico. La prima è che parla con molta prudenza perché teme il ritorno delle squadre di killer con i silenziatori che negli anni prima del 2014 eliminavano tutti gli oppositori dello Stato islamico. L’euforia della liberazione dura poco, la minaccia latente durerà per anni. La seconda spiegazione è che l’imam è davvero convinto di quello che dice. Lui e molti altri mosulawi, gli abitanti di Mosul, sono vulnerabili all’illusione del Califfato, sono già predisposti a ricevere e appoggiare l’idea di uno Stato islamico che può davvero sostituire il governo di Baghdad, dilagare a cavallo di Siria e Iraq e minacciare gli infedeli.

 

Lo Stato islamico ha da poco pubblicato una di quelle sue pubblicità via internet che dice: “Davvero avete vinto? Noi abbiamo conquistato Mosul con poche centinaia di combattenti, voi per prenderla avete perso centinaia di soldati, vi siete fatti aiutare dai bombardieri, avete raso al suolo la città”. E’ un ragionamento lucido. Ma ci sono anche testimonianze che vanno in direzione completamente opposta. Il sito Niqash, che segue con attenzione Mosul, racconta che durante il primo Ramadan da città liberata nei ristoranti c’era aria di sfida, gente che mangiava anche di giorno (quindi in contravvenzione alla regola musulmana) e locali senza nemmeno le vetrine oscurate, come usava durante il mese sacro prima dello Stato islamico. I tre anni di estremismo, dice l’autore, hanno funzionato come un vaccino, ora c’è una reazione. Ora c’è da vedere chi vince tra l’imam nostalgico e i libertari da ristorante.

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