Chi è l’avvocatessa russa che Donald jr ha voluto incontrare

Il caso Magnitsky, un film, il marito con legami al Cremlino

Paola Peduzzi

Email:

peduzzi@ilfoglio.it

Chi è l’avvocatessa russa che Donald jr ha voluto incontrare

Natalia Veselnitskaya (foto via Facebook)

Milano. Natalia Veselnitskaya dice di non aver mai avuto notizie su Hillary Clinton, non è questo il suo core business, ma certo i suoi interlocutori avevano molte curiosità, volevano sapere se alcuni fondi al Partito democratico arrivassero da attività illecite che potessero essere denunciate. I trumpiani volevano incastrare la loro rivale, non badavano ad altro. “E’ possibile che desiderassero informazioni di questo tipo – ha detto la Veselnitskaya – Le desideravano così tanto che sentivano soltanto quel che volevano sentire”. Natalia Veselnitskaya è la penalista russa che è stata invitata alla Trump Tower il 9 giugno del 2016 per discutere di informazioni legate ai democratici e alla Clinton.

 

L’Nbc l’ha intervistata, lei ha spiegato come è andato l’incontro – Jared Kushner, il genero di Trump, si è fermato soltanto sette minuti; Paul Manafort, allora capo della campagna elettorale trumpiana, era presente ma di fatto assente: guardava fisso il telefono, stava leggendo qualcosa; Donald jr Trump, figlio del presidente americano, era l’interlocutore principale, l’organizzatore dell’incontro, ma in venti-trenta minuti ha liquidato la signora russa – e ha detto che no, notizie su Hillary o sui democratici non ne aveva allora e non ne ha oggi, la sua battaglia è un’altra, e riguarda un caso che ricorre di continuo nella gestione confusa dei rapporti tra Mosca e Washington: la morte in prigione in circostanze oscure, nel 2009, dell’avvocato Sergei Magnitsky. L’America ha introdotto il Magnitsky Act, che impone sanzioni ad alcuni personaggi di spicco della Russia (il Cremlino ha risposto vietando l’adozione di bambini russi da parte di famiglie statunitensi). La Veselnitskaya si batte per ribaltare quella legge, ha coinvolto alcuni esponenti russi ed era in America nei giorni dell’incontro incriminato alla Trump Tower per difendere un suo cliente e presentare un film.

   

Il cliente della Veselnitskaya si chiama Denis Katsyv, è il proprietario di Prevenzon Holdings ed è stato accusato di aver riciclato denaro per 14 milioni di dollari, il profitto di un’evasione fiscale pari a 230 milioni di dollari. La frode era stata denunciata da Magnitsky, e anzi proprio da questa accusa sono iniziati i suoi guai. Uno dei datori di lavoro di Magnitsky, il manager di hedge fund Bill Browder (ha scritto un libro al riguardo, “Red Notice”, pubblicato in Italia da Baldini&Castoldi, nel quale racconta che a pochi giorni dalla sua scarcerazione, dopo un anno di torture, Magnitsky era stato portato in una cella di isolamento e picchiato da otto guardie in tenuta antisommossa), ha fatto campagna negli Stati Uniti per ottenere giustizia sull’uccisione di Magnitsky. E’ a questo punto che entra in scena la dama russa del momento, Natalia Veselnitskaya. La sua linea di difesa del cliente (amico di famiglia) Katsyv è così costruita: la frode fiscale di 230 milioni di dollari è stata fatta da Bowder, che ha poi organizzato la morte di Magnitsky per coprire le proprie responsabilità.

 

Il film che la Veselnitskaya era andata a presentare negli Stati Uniti (si intitola “Magnitsky Act”) è stato trasmesso al Newseum di Washington quattro giorni dopo l’incontro con Trump jr ed è – scrive il Financial Times che lo ha visto – pieno di elementi “fuorvianti e imprecisi” che fanno apparire il Magnitsky Act uno strumento di vendetta gratuito degli americani contro i russi (oltre che presentare Browder come il mandante dell’assassinio di Magnitsky). Nelle sue attività negli Stati Uniti, la Veselnitskaya si è fatta aiutare da Rinat Akhmetshin, che è un lobbista di stanza a Washington che lavora con gli oligarchi russi. Ad aprile, la commissione Giustizia del Senato ha chiesto al dipartimento della Sicurezza nazionale di aprire un’indagine su Akhmetshin: per l’accusa, aveva violato le leggi che regolano l’attività di lobby. La commissione ha stabilito che Akhmetshin ha condotto “operazioni di influenza politica sovversiva che spesso riguardavano disinformazione e propaganda”.

 

Il Cremlino dice di non avere alcun legame con la Veselnitskaya, non penserete mica che abbiamo contatti con qualsiasi avvocato russo dentro e fuori il nostro paese? Lei conferma: nessun legame con il Cremlino. Ma come ha segnalato il reporter della Cnn Michael Weiss, la Veselnitskaya ha lavorato nell’ufficio del procuratore regionale di Mosca nel 1999, nel 2001 e nel 2002. Tanto tempo fa, si dirà. Ma il legame con i vertici della Russia, e con il cliente-amico-di-famiglia, è il marito: viceprocuratore allora, è poi diventato viceministro dei Trasporti. Il suo capo, cioè il ministro, era Pyotr Katsyv, il padre del cliente che la Veselnitskaya difendeva quando ha incontrato Donald jr.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    13 Luglio 2017 - 19:07

    Complimenti per la censura signora Paola Maddow

    Report

    Rispondi

  • carlo schieppati

    12 Luglio 2017 - 12:12

    Ecco perché hanno indagato Woodcock. Stava arrivando alla Veselnitskaya-Magnittsky-Katsyv- Bowder-Trump Connection. Comunque tutto è stato registrato in un'apposita agenda rossa, che gli inquirenti stanno attivamente cercando.

    Report

    Rispondi

  • guido.valota

    12 Luglio 2017 - 12:12

    Sembra proprio un caso perfetto per H.J. Woodcock.

    Report

    Rispondi

Servizi