I nuovi capi dello Stato islamico

La coalizione internazionale ha ucciso quasi tutti i leader del gruppo. Ora ci sono i sostituti, terroristi già dal 2003. Domanda: quelli di oggi dove saranno nel 2030?

I nuovi capi dello Stato islamico

Da più di due anni una campagna di uccisioni mirate da parte dell’intelligence e delle forze armate americane elimina uno a uno i capi dello Stato islamico. Della vecchia guardia non è quasi rimasto più nessuno tra quelli che conoscevamo, a parte il capo di tutti, Abu Bakr al Baghdadi. Lui resiste, a dispetto degli annunci di morte che arrivano regolari almeno tre volte l’anno, ma è probabile che il prezzo da pagare per questo suo essere difficile da scovare sia un isolamento severissimo. Chi sono i nuovi capi che hanno preso il posto degli eliminati nella catena di comando dello Stato islamico? Ecco una lista ragionata.

 

Tre caratteristiche che ricorrono spesso: prigionia a Camp Bucca; essere dichiarati morti almeno una volta; militanza jihadista dal 2005

Iyad al Obeidi, detto anche Fadel Haifa, iracheno, ha superato i cinquanta, era un ufficiale baathista dell’esercito iracheno (ma non è così significativo, in Iraq tantissimi sunniti lavoravano nell’esercito ed erano iscritti al Partito) è il primo candidato a rimpiazzare al Baghdadi in caso di morte – stando a quanto si sa. Se non muore prima lui s’intende, come è accaduto ad altri candidati alla successione di al Baghdadi. La prima cosa che c’è da notare a proposito di al Obeidi è il nome, al Obeidi, che indica l’appartenenza a una delle tre tribù sunnite più potenti dell’Iraq (assieme ai Dulaimi e ai Juburi) con conoscenze e addentellati in tutta l’area araba, fanno anche parte dell’aristocrazia saudita. Questo concetto di tribù a noi occidentali sembra sempre un po’ vago, facciamo allora un esempio pratico: l’Iraq di Saddam Hussein era uno stato autoritario in cui i proventi del greggio e i posti di lavoro erano spartiti seguendo i vincoli familiari e di conoscenza – tribali, in una parola. Ecco che si capisce meglio perché essere un al Obeidi conta, anche quando si va in giro a chiedere finanziamenti e favori per conto dello Stato islamico. E infatti il nome di guerra di Iyad al Obeidi è Abu Saleh al Obeidi: vuol dire che nemmeno nello pseudonimo ha rinunciato a far valere il suo essere uno del clan più ammirato. Al Obeidi possiede tutti quei tratti che non mancano quasi mai nel curriculum dei capi dello Stato islamico. Uno, è stato rinchiuso a Camp Bucca, il carcere gestito dai soldati americani durante la guerra tra il 2003 e il 2011. Camp Bucca è il carcere dove fu rinchiuso anche Baghdadi nel 2004 ed era situato all’estremo sud dell’Iraq, quindi in una zona sciita al cento per cento perché così era lontano dalle incursioni dello Stato islamico (che è sunnita). Gli esperti che studiano lo Stato islamico ora considerano quella prigione come una università degli estremisti: arrivavano come reclute senza esperienza, uscivano indottrinati fino al midollo, più cattivi, più estremisti e con una lista di contatti molto allungata (se li scrivevano sull’elastico delle mutande, che poi rimettevano al suo posto dentro le mutande e nessuno andava a controllare). Due, anche al Obeidi è stato già dichiarato morto, come succede a tutti i capi che si rispettino. Tre, al Obeidi combatte il jihad in Iraq fin dall’inizio nel 2003, quando lo Stato islamico non c’era ancora perché si chiamava in un altro modo, Tawheed wal Jihad, che in arabo vuol dire Monoteismo e Guerra santa. Questa è una caratteristica che colpisce sempre: i capi del 2017 facevano parte del nucleo che combatteva nel 2003, quattordici anni fa. Questo vuol dire che – se vale la stessa regola – oggi tra i reduci scampati alle battaglie-tonnara di Mosul e di Raqqa ci potrebbero essere i capi del 2030. C’è da riflettere. Esiste una sola foto di al Obeidi, scattata ai tempi della prigione. Ultima annotazione: al Obeidi oggi è il vice di Baghdadi che si occupa delle operazioni dello Stato islamico in Iraq, mentre un altro vice si occupa di quelle in Siria. Ultimissima annotazione: si dice che al Obeidi sia parente di Saja al Dulaimi, ex moglie di al Baghdadi, finita in prigione in Libano e poi liberata durante uno scambio di ostaggi. Il legame di parentela rafforza la fiducia tra lui e Baghdadi.

Al Obeidi si occupa delle operazioni in Iraq. E' considerato il successore di al Baghdadi (se non muore prima di lui)

Il secondo in linea di successione è Iyad al Jumaili, iracheno, ha passato i quaranta e anche lui è un ex ufficiale dell’esercito di Saddam Hussein. E anche lui hai i tre tratti dei leader dello Stato islamico che abbiamo imparato a conoscere: uno, ex recluso a Camp Bucca; due, già dichiarato morto almeno una volta; tre, cominciò il jihad nel 2003 quindi fin da subito, quando a comandare c’era il giordano Abu Mussab al Zarqawi (oggi non c’è biografia di jihadista che non noti, quando possibile, un legame con Zarqawi, ormai asceso allo status di venerabile per i jihadisti. Se non fosse che venerare Zarqawi sarebbe un peccato mortale perché minerebbe il principio fondamentale dell’islam: si venera soltanto Dio nella sua unicità e non c’è spazio per altri. Per questo motivo gli estremisti dello Stato islamico distruggono le tombe dovunque possono, perché l’affetto per i morti spesso si trasforma in venerazione e allora si crea confusione dove invece dovrebbe regnare un regime di monoteismo secco senza alternative. Da loro non esistono certe indulgenze cattoliche, vedi il culto di Padre Pio). Se al Obeidi, vedi sopra, è più versato nell’organizzazione e nella guerra, al Jumaili è invece più forte nella sharia. E’ lui il mandante di alcuni video orrendi da Mosul, nel 2015, in cui si faceva un’applicazione brutale del qisas, il concetto islamico dell’“occhio per occhio, dente per dente”. In quei filmati alcuni prigionieri accusati di essere spie degli americani e di avere guidato da terra i bombardamenti dei jet americani erano condannati a morire nello stesso modo in cui erano morte le vittime dei bombardamenti. Poiché gli aerei avevano colpito un ponte e alcune macchine erano cadute nel fiume Tigri con i loro occupanti, allora i prigionieri erano uccisi per annegamento – prima rinchiusi in una gabbia e poi calati da una gru sul fondo di una piscina, il tutto ripreso con una telecamera subacquea. Secondo lo stesso principio del qisas come interpretato dall’Isis, alcuni prigionieri erano ammanettati dentro una macchina che poi era colpita da un colpo di bazooka, come punizione per chi era stato ucciso dalle bombe degli aerei mentre era al volante. Al Jumaili è il giudice che ha deciso quei video e che ha calcato su quella interpretazione del concetto di qisas. Nota: molti giuristi musulmani sostengono che questa versione del qisas è una follia. Persino un predicatore di al Qaida sostiene che: “Il Corano non autorizza nessuno a replicare automaticamente il gesto che ti ha offeso, non puoi a tua volta violentare la figlia di chi ti ha violentato la figlia”. Che al Jumaili sia considerato un estremista anche da al Qaida dovrebbe renderci bene la misura della sua pericolosità. Non esistono foto di lui conosciute, e questa è una cosa che accade spesso con i leader dello Stato islamico: più contano, meno appaiono.

Precisazione. C’è sempre la possibilità che esista una parte oscura della leadership, vale a dire uomini che ricoprono incarichi importanti dentro lo Stato islamico e di cui non conoscevamo nemmeno l’esistenza. Per esempio, a gennaio la Delta Force americana è atterrata vicino a Deir Ezzor, in Siria, per catturare un capo che si chiamava Abu Anas al Iraqi. Nessuno lo aveva mai sentito nominare, poi è saltato fuori che era un aiutante di Abu Umar al Baghdadi, ucciso nel 2010, vale a dire del predecessore di Abu Bakr al Baghdadi. Insomma, era uno che contava e che però lo conoscevano soltanto quelli dello Stato islamico e quelli delle intelligence che lavorano sullo Stato islamico. Chi dice di sapere cosa succede con certezza dentro la gerarchia più opaca del mondo mente.

Al Jumaili si occupa della sharia. E' il giudice che ha decretato la morte delle "spie" che compaiono nei video più brutali

Muhammad bin Salim Layouni, aka Jalal Din al Tunisi, emiro dello Stato islamico in Libia. Ma come, diranno i lettori più attenti, c’è ancora uno Stato islamico in Libia? Non era stato sradicato l’anno scorso? La faccenda non è chiarissima, basti dire qui che lo Stato islamico si agita ancora in Libia in forma spettrale, ci sono campi d’addestramento mobili che vagano per il deserto per sfuggire ai voli di ricognizione degli aerei spia americani che partono dalla Sicilia, ci sono attentati e scaramucce che fanno pensare che il gruppo stia risorgendo dalle sue ceneri, dopo avere perso fino all’ultimo metro di territorio nel 2016. A guidare questa fase c’è al Tunisi, che però non è tunisino come dice il nome: secondo il giornale tunisino El Chorouk ha preso la nazionalità francese anni fa, quando lavorava in Francia. Prima di arrivare in Libia combatteva in Iraq e in Siria e infatti appare in un video molto famoso dello Stato islamico che si intitola “La rottura dei confini” e ha per tema il fatto che dove sorge il Califfato le vecchie linee di confine tra stati arabi imposte dai colonialisti occidentali nei secoli scorsi sono annullate. Layouni ha una particina, arringa gli spettatori alla fine del video, ma molto più interessante è la sequenza in cui fraternizza con l’uomo più importante dello Stato islamico dopo Baghdadi, che si chiamava Abu Muhammad al Adnani (ucciso nell’agosto del 2016 da un drone americano). L’Emiro dello Stato islamico in Libia, mandato dall’Iraq, ha passaporto francese. Interessante per noi, perché ci fa correre lungo la schiena il brivido della prossimità, e interessante anche per loro, perché è un caso raro di leader non iracheno.

Il che ci porta alla precisazione numero due. E’ vero che al Baghdadi preferisce circondarsi di leader iracheni, di cui si fida di più? E’ molto vero, ma con eccezioni. Per rispondere con un minimo di precisione, occorre dire prima che al Baghdadi – dal nascondiglio in cui si è rintanato e che cambia con frequenza – si serve di due organi consultivi per guidare lo Stato islamico: uno è il consiglio di guerra (tre persone), l’altro è il majlis, che è il consiglio che si occupa in generale di tutto (nove persone, ma la nona è stata uccisa il 30 maggio da un aereo americano). Delle otto che rimangono, uno è un saudita, l’altro è un giordano e i restanti sei sono iracheni. Per quanto l’Isis si bei nei suoi comunicati del suo internazionalismo, da Londra alle Filippine, il vertice è ancora tutto iracheno e molto probabilmente negli anni scorsi ha passato del tempo nella stessa prigione di al Baghdadi. Soltanto alcuni stranieri riescono a fare breccia in questo sistema, grazie a qualità particolari oppure grazie al fatto che sono venuti in Iraq a combattere da molti anni.

Al Tunisi gestisce lo Stato islamico in Libia (sì, c'è ancora). Non è tunisino come suggerisce il nome: ha un passaporto francese

Uno di questi è Abul Hassan al Muhajir, dove al Muhajir vuol dire “che viene da fuori, il migrante”. E’ il portavoce del gruppo a partire dallo scorso inverno. Di lui c’è da dire che non riscuote per nulla lo stesso successo e la stessa attesa carismatica scatenata dal suo predecessore, al Adnani. La reazione dei fan è molto tiepida, forse per la voce – che non è minacciosa quanto quella di Adnani. Del resto, se fai il portavoce ufficiale del gruppo terrorista più pericoloso della storia dovresti perlomeno avere una voce all’altezza del ruolo. Prima di diventare portavoce ufficiale, al Muhajir faceva molti voice-over nei video dello Stato islamico, vale a dire che registrava le parti della voce narrante. Una fonte del Foglio ha scoperto che al Muhajir ha fatto la stessa cosa in un video di al Qaida in Iraq nel 2005. Di nuovo, è la prova che questi leader hanno spesso storie di militanza alle spalle che durano da molti anni e quindi la domanda è: tutti gli uomini che hanno fatto parte dello Stato islamico in questi anni, a Raqqa, Mosul e altrove, dove saranno fra dieci-quindici anni?

Ultimo nome, anche se la lista potrebbe proseguire. Abu Muhammad al Shimali, un saudita che si unì allo Stato islamico nel 2005. Perché è da tenere d’occhio (si fa per dire, esiste soltanto una sua foto segnaletica, niente video, niente discorsi, niente foto)? Perché nel 2012 e 2013 era l’emiro che controllava il flusso dei foreign fighters sul confine fra Turchia e Siria. Se lo Stato islamico è cresciuto a dismisura come un mostro da film di fantascienza, è anche merito suo, perché gestiva gli arrivi dei volontari che andavano a ingrossare il gruppo – fino a millecinquecento al mese nel 2014, ma oggi che si respira un’aria da fine impero il flusso è calato a più o meno cento nuovi arrivi al mese in tutto lo Stato islamico. Al Shimali obbligava tutti i volontari a compilare un modulo in cui indicavano la loro occupazione e le loro aspirazioni, in modo da utilizzarli al meglio. Questi moduli sono stati scannerizzati e registrati su computer e quando poi sono finiti in mano ai servizi segreti sono diventati uno strumento utilissimo per orientarsi nella moltitudine confusa dei foreign fighters, inclusi i cinquemila provenienti dall’Europa. Al Shimali oggi ha cambiato incarico ed è diventato vice di Baghdadi per la Siria. Ha sulla testa una taglia da cinque milioni di dollari.

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