Le donne dell'Isis

Perché le “mogli dello Stato islamico” hanno aiutato alcune schiave yazide a fuggire? “Per gelosia”

Le donne dell'Isis

Foto LaPresse

Milano. Siamo state ingannate, dicono le mogli dei miliziani dello Stato islamico, “siamo delle vittime”, ribadiscono, e le altre donne le guardano male, anzi, più che male: vorrebbero picchiarle. Chi è vittima qui, in questo campo al nord di Raqqa dove ci si rifugia scappando dalla ex capitale siriana dello Stato islamico, non è materia di speculazione: ci sono le donne che hanno subìto lo Stato islamico e le donne che lo hanno scelto. La differenza è netta, l’incomunicabilità inevitabile. Jenan Moussa, reporter tv di al Aan che non si fida delle analisi di nessuno, si fida soltanto di quello che sente, guarda, comprende girando per il medio oriente (lo fa da quando sono scoppiate le primavere arabe), ha incontrato alcune mogli dello Stato islamico catturate dai curdi mentre fuggivano da Raqqa. Sette mogli – libanesi, tunisine, siriane, daghestane – di foreign fighters dello Stato islamico francesi, malesi, tunisini, turche. Non si sono consegnate, non si sono rifugiate: sono state prese. Ci sono anche delle mogli indonesiane, arrivate a Raqqa per unirsi ai miliziani di al Baghdadi: nelle immagini ci sono i bambini, i veli colorati, qualche sorriso inappropriato, ma le indonesiane non parlano con la Moussa, “siamo vittime”, dicono. Quando le altre donne siriane, in fuga da Raqqa anche loro dopo anni di prigionia e schiavitù, le sentono, quando capiscono che quella parola – vittima – è stata pronunciata da ragazze che hanno scelto di andare a Raqqa per diventare “le mogli dello Stato islamico”, si arrabbiano: “Volevano picchiarle”, ha raccontato la Moussa su Twitter. “Che cosa ci fate nel nostro paese? – chiedono le siriane – Voi siete responsabili della nostra miseria”. Il mito dello Stato islamico, la sua potenza furiosa, si è nutrito anche di queste mogli, di queste ragazze che sono partite dai loro paesi raccontando bugie a tutti, genitori, amici, fidanzati, soltanto per ottenere quello status una volta ambito: diventare la moglie degli jihadisti più potenti del momento. 

 

Le siriane non perdonano a queste straniere quello che hanno fatto nemmeno ora che la miseria è di tutti, non vogliono, non possono dimenticare, e infatti le forze dell’Sfd, che lavorano con la coalizione a guida occidentale e con i curdi per liberare Raqqa, hanno creato delle zone separate per le mogli dello Stato islamico. Quando le famiglie dello Stato islamico vengono catturate, iniziano gli interrogatori da parte delle forze dell’alleanza: a seconda delle risposte, si finisce in prigione o in una zona speciale dei campi organizzati per i fuoriusciti da Raqqa. In queste zone non ci sono pentiti, ci sono quelli che cercavano di raggiungere il confine e scivolare non visti in Turchia: forse le ambasciate dei loro paesi d’origine riusciranno a portarli a casa, forse no, ancora non c’è una procedura. Ma la convivenza con i siriani e le siriane di Raqqa non è possibile.

 

Le indonesiane si difendono: “Lo Stato islamico ci ha ingannate con la sua propaganda”, dicono, è stato un errore di valutazione il loro, dettato dalla costruzione di una storia che sembrava affascinante e rivoluzionaria e invece era soltanto feroce e violenta. Ma la Moussa che di voci ne sente tante, che da anni si districa tra testimonianze di segno contrario – ed è spesso stata criticata, anzi, minacciata, soprattutto dallo Stato islamico e dai suoi sostenitori – non si ferma al vittimismo. “Cioè, avete visto i video di persone decapitate e avete pensato: andiamo, uniamoci allo Stato islamico?”, chiede. Le indonesiane non rispondono. Spiegare il fervore ideologico violento è già complicato quando è al suo picco di popolarità, figurarsi quando sta uscendo sconfitto. Ma certi silenzi non bastano, anzi offendono, e così la Moussa si rivolge a una donna libanese, anche lei straniera, ma pentita. Nour al Hoda, questo è il suo nome, rimpiange di aver voluto unirsi allo Stao islamico, non se la prende con la propaganda, non dice non-era-come-pensavo-che-fosse, non tira la coperta del vittimismo fino a sé, dice che vuole tornare a casa in fretta, e racconta: le donne dello Stato islamico, a Raqqa, venivano chiuse in ostelli, non potevano fare nulla, quando i figli stavano male, nessuno chiamava un medico, nessuno se ne occupava, e le madri non potevano cercare aiuto. Ma c’erano delle “sabaya”, delle schiave, con voi?, chiede off the record la Moussa. Questa moglie dice di no, di non averle viste, ma dice di aver sentito di una bambina di nove anni violentata: aveva bisogno di un medico dopo lo stupro, ma con tutta probabilità non è arrivato.

 

La Moussa non sa se il rimpianto, il pentimento, la voglia di tornare a casa siano sinceri, ma è ossessionata dalla solidarietà, dall’aiuto reciproco: ogni volta che pubblica un filmato per la sua tv, tra i commenti ci sono molti che le augurano di diventare presto una schiava dello Stato islamico. Anche per questo chiede: ma le schiave, le avete aiutate? Le avete fatte scappare? La risposta questa volta c’è, e fa rimpiangere il silenzio delle indonesiane. Le mogli dello Stato islamico hanno aiutato alcune yazide a scappare sì, ma non perché queste venivano violentate di giorno e di notte. Non per pietà, solidarietà, orrore. Le hanno aiutate a scappare perché erano gelose, perché i loro mariti passavano più tempo con le schiave che con loro, siamo venute fino a qui perché crediamo nella causa, perché vogliamo questo status di mogli, e dobbiamo lasciarvi tutto il tempo con le infedeli yazide? Così alcune schiave sono riuscite a scappare, le mogli hanno aperto loro le porte per recuperare le attenzioni dei mariti. Una solidarietà che non è solidarietà, è egoismo, gelosia, e se qualcuno dice “vittima” oggi, deve stare attenta a che vittime vere ha intorno.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    27 Giugno 2017 - 15:03

    Povere bimbe ingenue. Ma devono solo aspettare un poco la misericordia pelosa della sinistra occidentale, quella che si indigna per il cecchino canadese che ammazza il jihadista a tre chilometri e mezzo ma è tutt'ora unita nel silenzio assoluto davanti al genocidio, i massacri di massa, le decapitazioni, le torture, i prigionieri infilzati e bruciati vivi, gli stupri, gli sgozzamenti seriali e tutto quanto di peggio e mai visto prima si permettevano - e pubblicizzavano entusiasticamente - gli eroici maritini islamici.

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