I rumorosi silenzi dei bolivariani d'occidente davanti al disastro

L’onestà intellettuale è merce rara, per cui non c’è da stupirsi. L’ultima moda è quella che d’ora in poi sentiremo più spesso: Maduro? E’ più anti chavista degli antichavistas

I rumorosi silenzi dei bolivariani d'occidente davanti al disastro

Foto LaPresse/Reuters

Quando la barca affonda, si sa, i topi fuggono: l’abbandonano. Io non so se la barca chavista affonderà, se si inabisserà da sola o porterà con sé in fondo al mare un intero paese: da quel che vedo, il suo motto è après moi le déluge; o se si preferisce: muoia Sansone con tutti i filistei. Per tenersi a galla le tocca attingere al fondo del barile: una surreale riforma corporativa, il fascismo del XXI secolo. Una cosa però è certa fin d’ora: molti topi sono in fuga. Scappano a gambe levate! C’è chi lo fa in silenzio: perché diciamolo, ci sono silenzi rumorosissimi. Qualcuno sa se Michael Moore, già cantore di Hugo Chávez, sta girando un documentario sulla gioia dei venezuelani? Se Ken Loach interpreterà presto il ruolo di viceministro para la Suprema Felicidad Social del Pueblo, in onore della creativa carica creata dal suo nume? A qualcuno è capitato di sentire l’ultimo pistolotto di Gianni Vattimo sulle magiche virtù del socialismo tropicale? L’ultima intervista fiume di Ignacio Ramonet a Nicolás Maduro su sfondo di violini? Almeno l’ineffabile Noam Chomsky non si nasconde e agisce: firma manifesti contro gli abusi di… Mauricio Macri! Comico, ma vero. L’onestà intellettuale è merce rara, per cui non c’è da stupirsi. Ma più del silenzio, può l’incontinenza verbale: qualcosa bisognerà pur dire. E l’ultima moda è quella che d’ora in poi sentiremo più spesso. In cosa consiste? Lo lascio dire a un politico di Podemos incontrato a un convengo accademico: Maduro? E’ più anti chavista degli antichavistas. Testuale. E come lui centinaia d’altri, che presto saranno migliaia, soprattutto ex dirigenti e funzionari del regime chavista: abbandoniamo la nave, è la parola d’ordine; segno che ormai non credono più possa raddrizzarsi. Va da sé che a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, si tratta di buoni segnali: c’è chi nel chavismo sta rinsavendo, chi ritiene ci siano limiti non superabili; indicano che il regime si sfalda, che profonde crepe lo minano, che molti che in suo nome sfilarono per anni compatti sono oggi in cerca di nuova verginità. Fa una certa impressione leggere l’intervista al País del generale Rodríguez Torres, alto ufficiale del chavismo fino ad appena tre anni fa: quando c’era Lui, sembra di sentire; ah, se Lenin non fosse morto, risuona l’eterno lamento: quasi che a quel tempo, quando il regime organizzava le milizie paramilitari che oggi reprimono, prendeva il controllo della magistratura, dell’esercito e delle università, quando già inondava il paese con migliaia di ore di propaganda presidenziale a reti unificate obbligatorie, il Venezuela fosse una deliziosa democrazia, oggi lordata dal perfido Maduro.

   

Visto così, a me Nicolás Maduro fa quasi pena; non dico tenerezza, perché è un personaggio troppo grottesco per suscitare simili sentimenti, ma pena sì: perché il suo è un destino beffardo. Se il Venezuela è oggi quel che è, se è uno stato fallito in mano a una mafia senza scrupoli che si ammanta di slogan ideologici vecchi e ammuffiti, se la violenza e la miseria vi si rincorrono senza tregua e la più tetra anarchia ha divelto ogni residuo legame sociale, se l’enorme ricchezza accumulata in un decennio vi è sparita a causa di un’esplosiva miscela di cleptomania, dilettantismo e megalomania, se invocando il pueblo il regime ha demolito la fiducia nelle istituzioni pubbliche senza le quali nessun ordine sociale può sostenersi, la responsabilità storica è di Hugo Chávez e dei tanti che l’hanno osannato, omaggiato, celebrato. A Maduro, che proprio Chávez consegnò in dote ai venezuelani, vogliono oggi togliere perfino il diritto di invocare colui che amò come un padre! Che ingiustizia, povero Maduro. Eppure è talmente chiaro: le sue politiche, i suoi uomini, le sue istituzioni, i suoi balzani progetti di riforma costituzionale, il suo disastroso governo dell’economia, i suoi consiglieri cubani, sono tutti eredità di Chávez. Non me ne vogliano i topolini in fuga, ma la realtà è assai prosaica: il chavismo rimarrà una presenza importante nella storia venezuelana ed è giusto e auspicabile che trovi la forma istituzionale per convivere democraticamente con le altre anime del paese; ma che il suo regime fosse fin dalle origini impregnato della tipica pulsione totalitaria dei populismi latinoamericani era ovvio e scontato per chiunque ne conosce la storia. L’avevano scritto in molti: avevano ragione.

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